C’è allora un’esperienza della continuità, un piacere della continuità, che non è un piacere della differenza o dell’identità. Deleuze ovviamente la continuità la conosce benissimo: ne L’anti- Edipo parla dell’intensità come di un «flusso senza fine, che scorre come un’immensa coscia di maiale», scorrimento di una hyle che «designa la pura continuità che ogni materia idealmente possiede», che significa cioè l’insieme mai completo, totalizzabile o chiuso dei flussi parziali. Solo che Deleuze si ostina a usare il termine “differenza” per la continuità della materia e nella sua filosofia il ritmo desultorio, barocco, frammentato del rapporto finisce per avere la meglio sulla continuità che diventa un concetto accidentale, un semplice attributo della differenza, se non addirittura – talvolta – un sinonimo dell’unità, dell’omogeneità, la pietra di volta della metafisica analogica che è la bestia nera dell’univocismo deleuziano. A quanto pare neppure nelle sue forme più avanzate e sovversive l’ontologia può fare a meno dei suoi feticci: identità, differenza, identità e differenza, differenza senza identità, e così via.

Senza limiti

TUPPINI, Tommaso
2015-01-01

Abstract

C’è allora un’esperienza della continuità, un piacere della continuità, che non è un piacere della differenza o dell’identità. Deleuze ovviamente la continuità la conosce benissimo: ne L’anti- Edipo parla dell’intensità come di un «flusso senza fine, che scorre come un’immensa coscia di maiale», scorrimento di una hyle che «designa la pura continuità che ogni materia idealmente possiede», che significa cioè l’insieme mai completo, totalizzabile o chiuso dei flussi parziali. Solo che Deleuze si ostina a usare il termine “differenza” per la continuità della materia e nella sua filosofia il ritmo desultorio, barocco, frammentato del rapporto finisce per avere la meglio sulla continuità che diventa un concetto accidentale, un semplice attributo della differenza, se non addirittura – talvolta – un sinonimo dell’unità, dell’omogeneità, la pietra di volta della metafisica analogica che è la bestia nera dell’univocismo deleuziano. A quanto pare neppure nelle sue forme più avanzate e sovversive l’ontologia può fare a meno dei suoi feticci: identità, differenza, identità e differenza, differenza senza identità, e così via.
limite, Deleuze, Bergson, continuità, fenomenologia
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11562/956086
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