La storica casa torinese Bolaffi metterà all’asta a Milano il 13 maggio un importante manoscritto cartaceo, La Avarchide del letterato toscano Luigi Alamanni (1495-1556), stimato 120-150 mila euro. Un sigillo in ceralacca rossa con lo stemma della famiglia Ugoccioni Alamanni sulla prima carta bianca rimanda alla sua origine. Il manoscritto è infatti citato da Bartolomeo Gamba nella Serie di testi di lingua e di altre opere (Venezia, Gondoliere, 1839) a p. 6: “L’autografo dell’Avarchide si conserva tuttavia in Firenze presso la sig. Maddalena Ugoccioni nata Alamanni (Fiacchi, Lettera nel T. XVIII degli Opuscoli scientifici e letterarii, Firenze, 1814, in 8.0, c. 98).” L’Avarchide fu l’opera cui Luigi Alamanni – già autore delle Opere toscane (1532-1533), La coltivazione (1546) e il Girone il Cortese (1548) – dedicò gli ultimi anni della sua vita con la volontà di proporre, in alternativa al romanzo cavalleresco di matrice ariostesca, un poema di impronta omerica e, in particolare, iliadica, in linea con il classicismo volgare che aveva animato tutta la produzione letteraria del fiorentino sin dalla sua formazione, avvenuta nell’elitario consesso degli Orti Oricellari a Firenze, luogo di incontro di una giovane generazione di letterati (ma vi era anche il più maturo Machiavelli), decisi a dare vita a una nuova letteratura volgare ormai giudicata degna di confrontarsi con i grandi modelli della tradizione antica. I tre volumi, compilati da mano cancelleresca in inchiostro marrone, in legatura del secolo XVIII, presentano numerosi e sostanziosi interventi autografi dell’autore, che spaziano dalla sostituzione di singole parole a intere strofe e versi ricomposti, con due fino a quattro o cinque interventi per pagina. Il manoscritto è stato esaminato da Franco Tomasi del Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell’Università di Padova, secondo il quale “il grande lavoro correttorio che il manoscritto documenta risulta di notevole interesse specie per la definizione di una cifra stilistica che, nelle intenzioni di Alamanni, doveva costituire il momento forte di un omerismo in chiave moderna. Ancora nel 1562 del resto, nel dialogo l’Aretefila, Lucantonio Giunti, figura di spicco tra i fiorentini operanti in Francia, in particolare a Lione nel mondo dell’editoria, celebrava l’Avarchide, all’epoca ancora inedito, auspicando che potesse vedere la luce a breve, dato che si trattava di un’opera nella quale il poeta fiorentino aveva dimostrato di ‘havere imitato gl’antichi e buoni scrittori, e massimamente Omero’ con ‘somma arte e somma destrezza’”. Si tratta quindi di un codice davvero significativo per la tradizione del testo, un codice ancora più prezioso se si tiene conto che i pochi autografi alamanniani conservati nelle biblioteche italiane sono prevalentemente legati alla pratica epistolare e non alla produzione delle opere letterarie. Oggi che questo manoscritto importante per la ricostruzione delle vicende della cultura italiana rinascimentale viene messo all’asta si rinnova il timore di trovarci di fronte all’ennesima capitolazione dell’Italia nell’impegno per la salvaguardia del suo patrimonio culturale. È ben noto che nel nostro paese non esiste la tradizione di un mecenatismo illuminato sulle orme di una filantropia ispirata al modello americano o d’oltralpe. Si pensi, a esempi recenti come le ingenti somme (17,5 milioni di euro) raccolte in gran parte da donazioni di privati e di fondazioni culturali (tra l’altro 5 milioni dalla Vodafone e 1,38 milioni dalla Allianz) per ricostituire i fondi librari distrutti dal rogo della Biblioteca Anna Amalia di Weimar nel 2004 o l’imponente colletta per trattenere in Inghilterra il Salterio di Macclesfield, già aggiudicato al Getty Museum di Malibu. Sarebbe quasi inutile ricordare che l’identificazione intellettuale e culturale di un paese avviene soprattutto attraverso l’acquisizione, la conservazione e la valorizzazione del proprio patrimonio artistico e umanistico e che, in mancanza di strumenti finanziari pubblici, debbano intervenire, animati da uno spirito di intelligente lungimiranza, privati, banche e fondazioni. Il luogo ideale di un manoscritto come quello dell’Avarchide – che sarà messo in vendita insieme ad altri 700 lotti, fra i quali anche un incunabolo della Commedia di Dante, importanti testi scientifici, libri di araldica e blasoni, e un inedito carteggio di Maria Callas – dovrebbe essere una struttura pubblica, meglio se in quella Firenze che ad Alamanni aveva dato i natali e alla quale aveva guardato nostalgicamente per tutta la vita mentre ricopriva il prestigioso ruolo di poeta di corte dei Valois. Si potrebbe così auspicare che, oltre al rientro dei cervelli, il nostro paese possa finalmente favorire anche un rientro nelle biblioteche nazionali dei documenti, preziosi, che costituiscono la parte essenziale della sua storia.

Manoscritto non andare lontano

POZZO, Riccardo
2014

Abstract

La storica casa torinese Bolaffi metterà all’asta a Milano il 13 maggio un importante manoscritto cartaceo, La Avarchide del letterato toscano Luigi Alamanni (1495-1556), stimato 120-150 mila euro. Un sigillo in ceralacca rossa con lo stemma della famiglia Ugoccioni Alamanni sulla prima carta bianca rimanda alla sua origine. Il manoscritto è infatti citato da Bartolomeo Gamba nella Serie di testi di lingua e di altre opere (Venezia, Gondoliere, 1839) a p. 6: “L’autografo dell’Avarchide si conserva tuttavia in Firenze presso la sig. Maddalena Ugoccioni nata Alamanni (Fiacchi, Lettera nel T. XVIII degli Opuscoli scientifici e letterarii, Firenze, 1814, in 8.0, c. 98).” L’Avarchide fu l’opera cui Luigi Alamanni – già autore delle Opere toscane (1532-1533), La coltivazione (1546) e il Girone il Cortese (1548) – dedicò gli ultimi anni della sua vita con la volontà di proporre, in alternativa al romanzo cavalleresco di matrice ariostesca, un poema di impronta omerica e, in particolare, iliadica, in linea con il classicismo volgare che aveva animato tutta la produzione letteraria del fiorentino sin dalla sua formazione, avvenuta nell’elitario consesso degli Orti Oricellari a Firenze, luogo di incontro di una giovane generazione di letterati (ma vi era anche il più maturo Machiavelli), decisi a dare vita a una nuova letteratura volgare ormai giudicata degna di confrontarsi con i grandi modelli della tradizione antica. I tre volumi, compilati da mano cancelleresca in inchiostro marrone, in legatura del secolo XVIII, presentano numerosi e sostanziosi interventi autografi dell’autore, che spaziano dalla sostituzione di singole parole a intere strofe e versi ricomposti, con due fino a quattro o cinque interventi per pagina. Il manoscritto è stato esaminato da Franco Tomasi del Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell’Università di Padova, secondo il quale “il grande lavoro correttorio che il manoscritto documenta risulta di notevole interesse specie per la definizione di una cifra stilistica che, nelle intenzioni di Alamanni, doveva costituire il momento forte di un omerismo in chiave moderna. Ancora nel 1562 del resto, nel dialogo l’Aretefila, Lucantonio Giunti, figura di spicco tra i fiorentini operanti in Francia, in particolare a Lione nel mondo dell’editoria, celebrava l’Avarchide, all’epoca ancora inedito, auspicando che potesse vedere la luce a breve, dato che si trattava di un’opera nella quale il poeta fiorentino aveva dimostrato di ‘havere imitato gl’antichi e buoni scrittori, e massimamente Omero’ con ‘somma arte e somma destrezza’”. Si tratta quindi di un codice davvero significativo per la tradizione del testo, un codice ancora più prezioso se si tiene conto che i pochi autografi alamanniani conservati nelle biblioteche italiane sono prevalentemente legati alla pratica epistolare e non alla produzione delle opere letterarie. Oggi che questo manoscritto importante per la ricostruzione delle vicende della cultura italiana rinascimentale viene messo all’asta si rinnova il timore di trovarci di fronte all’ennesima capitolazione dell’Italia nell’impegno per la salvaguardia del suo patrimonio culturale. È ben noto che nel nostro paese non esiste la tradizione di un mecenatismo illuminato sulle orme di una filantropia ispirata al modello americano o d’oltralpe. Si pensi, a esempi recenti come le ingenti somme (17,5 milioni di euro) raccolte in gran parte da donazioni di privati e di fondazioni culturali (tra l’altro 5 milioni dalla Vodafone e 1,38 milioni dalla Allianz) per ricostituire i fondi librari distrutti dal rogo della Biblioteca Anna Amalia di Weimar nel 2004 o l’imponente colletta per trattenere in Inghilterra il Salterio di Macclesfield, già aggiudicato al Getty Museum di Malibu. Sarebbe quasi inutile ricordare che l’identificazione intellettuale e culturale di un paese avviene soprattutto attraverso l’acquisizione, la conservazione e la valorizzazione del proprio patrimonio artistico e umanistico e che, in mancanza di strumenti finanziari pubblici, debbano intervenire, animati da uno spirito di intelligente lungimiranza, privati, banche e fondazioni. Il luogo ideale di un manoscritto come quello dell’Avarchide – che sarà messo in vendita insieme ad altri 700 lotti, fra i quali anche un incunabolo della Commedia di Dante, importanti testi scientifici, libri di araldica e blasoni, e un inedito carteggio di Maria Callas – dovrebbe essere una struttura pubblica, meglio se in quella Firenze che ad Alamanni aveva dato i natali e alla quale aveva guardato nostalgicamente per tutta la vita mentre ricopriva il prestigioso ruolo di poeta di corte dei Valois. Si potrebbe così auspicare che, oltre al rientro dei cervelli, il nostro paese possa finalmente favorire anche un rientro nelle biblioteche nazionali dei documenti, preziosi, che costituiscono la parte essenziale della sua storia.
patrimonio culturale; manoscritti e cinuecentine
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11562/705561
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