La ricerca mette in luce due diversi ambiti di mecenatismo e collezionismo dei secoli XVII e XVIII destinati ad intrecciarsi in età napoleonica: quello messo in atto dalle ultime generazioni dei duchi di Modena e Reggio, entrati a far parte della compagine imperiale con la creazione della dinastia Austro-Estense, e quello espresso dal casato degli Obizzi, nobilitatosi grazie alla carriera militare e diplomatica nelle corti principesche della penisola e di Leopoldo I, che stabilì la propria residenza principale nei territori veneti di terra ferma dal XVI secolo. La storiografia che si è occupata del singolare episodio di acquisizione da parte degli Asburgo-Este di un ricco insieme di beni immobili e di opere d’arte raccolto nei secoli dagli Obizzi, si è rivolta alla ricostruzione del destino dei beni una volta entrati a far parte del patrimonio dei duchi di Modena e poi degli stessi Asburgo, tentando di rintracciare i complessi percorsi di parziale dispersione e musealizzazione delle collezioni. Nel presente lavoro si sono voluti delineare i processi di ascesa politica e committenza che portarono alla costruzione di un’articolata rete di relazioni, presupposto forte per le vicende otto e novecentesche. Il mecenatismo della dinastia è documentato almeno dalla seconda metà del XVI secolo: il teatro in Padova e la residenza del Catajo (Battaglia Terme) devono considerarsi i poli complementari privilegiati per una strategia di affermazione in ambito internazionale raggiunta con l’inedita personalità di Ferdinando (1640-1710) al servizio della corte di Vienna nell’ultimo quarto del XVII secolo. La paradigmatica esperienza collezionistica dell’ultimo discendente, Tommaso (1751-1803), fu espressione di tendenze diffuse a livello internazionale. Il suo profilo ben si inserisce nell’estrema parcellizzazione del fenomeno collezionistico nell’ultimo quarto del Settecento in direzione dell’antiquaria, delle scienze naturali e della riscoperta dei “primitivi”, come dimostrano i numerosi casi di collezionisti in ambiente milanese, mantovano, veronese, padovano e veneziano proposti per confronto. Il quadro del mecenatismo aristocratico è confrontato con i modelli culturali espressi dalla politica artistica degli Austro-Estensi in Modena e Milano. Il duca Francesco III (1698-1780), tradizionalmente letto dalla storiografia in una dimensione negativa, sia da un punto di vista politico, pesando su di lui la responsabilità di aver ceduto i propri domini agli Asburgo, sia da quello delle committenze artistiche, a seguito della “vendita di Dresda”, fu invece fautore del completamento dei palazzi di corte e della loro costruzione ex-novo, con la perduta residenza di Rivalta e la creazione della villa di Varese, e di interventi di pubblica utilità sia nel feudo lombardo che nella capitale estense. Le scelte operate dal sovrano devono essere interpretate alla luce della mentalità di governo settecentesca che privilegiava investimenti politici anche ad alto prezzo per garantire la sopravvivenza dello Stato. La stessa cessione delle collezioni estensi rientrava, prima della definitiva svolta verso gli Asburgo, nella costruzione di un progetto di continuità dinastica nella casa Sassone. L’azione degli arciduchi nella Milano “perno dell’influsso imperiale in Italia”, in correlazione con le politiche artistiche promosse a Vienna, determinò una diffusione pluridirezionale del neoclassicismo nel territorio dello Stato nell’ultimo quarto del Settecento. Inedita è la frequentazione da parte di Ferdinando (1754-1806) e di Maria Beatrice (1750-1829) di ambienti intellettualmente avanzati al di fuori del Milanese, quali i salotti di Ippolito Pindemonte e Isabella Teotochi Albrizzi. Nella fase napoleonica e di Restaurazione emerge infine il ruolo autonomo della principessa estense come committente d’arte in qualità di esponente della corte asburgica e di duchessa dei domini aviti.

The research focuses on two different cases of XVIIth-XVIIIth century patronage destined to interlace during Napoleonic times: the art politics promoted by Modena dukes’ last generation, which started the Austrian-Este House, and the art interests of the Obizzi family. They became part of the aristocracy in the XVIIth century thanks to military and diplomatic services in Italian courts and in Wien, though they settled in Venetian mainland from XVIth century. The most recent studies related to the acquisition of the whole Obizzi’s collection and of their properties by Habsburg-Este dinasty, according to a clause included in the will of the last descendant, Tommaso (1751-1803), concentrated on artworks destinations between the Modena dukes’ collections and the Emperial ones and their musealization during the last quarter of the XIXth-first half of the XXth centuries. The thesis studied the political rise and patronage course of the Obizzi family from the second half of the XVIth to the end of the XVIIIth century functional to create a system of relationships which represents the real premises for the XIXth-XXth century events. The cultural family’s investment culminated in the building of the Catajo Palace (Battaglia Terme) and the Padua public theatre. They had been considered useful means for their political achievement on a European scale which reached the top thanks to the carreer of Emperial feldmarshal Ferdinando (1640-1710). The paradigmatic collecting interest of the last dinasty descendant Tommaso can be considered an expression of international XVIIIth century taste. His profile can be included in the diffusion of the phenomenon referring to the fields of antiquarianism, natural science and the “primitives” rediscovery, as shown by the many different collector figures from the Milanese and Mantuan districts and from the Veronese and Venetian ones presented as comparisons. The rich aristocracy patronage framework proposed has been compared with the the artistic poltics supported by Austrian-Este courts in Modena and Milan. New points of view emerged on Francesco III (1698-1780). The duke of Modena’s governement was considered negatively by historians, both for his political management, expecially for his “responsibility” of giving up his state to Habsburg, and for the lack of interest in art patronage. Though his decision to sell the most precious paintings of the Estense Gallery to Augustus III king of Poland, since the second quarter of the XVIIIth century the Este prince commissioned the new palace of Rivalta (Reggio Emilia) and the restoration of many court buildings in Modena and surroundings. Later he promoted the realisation of the Estense palace in Varese and various measures of public interest both in Lombardy and in the Estense territories. His political choices had to be interpreted considering the XVIIIth century ruler mentality which preferred to grant the State survival at almost any cost. The selling of the Este collection has to be regarded as well, before the last agreement with Maria Theresa, as an attempt to carry out dynastic survival through Saxon prince-electors. The archducal couple’s patronage in Milan, a key-role town in the Empire estate, was stricktly connected with new art and architectural tendencies in Wien. Austrian Lombardy had been characterized by different interpretations of Neoclassicism. Ferdinand (1754-1806) and Maria Beatrice (1750-1829) had even relationships with progressive intellectual circles outstide the Milanese state such as those of Ippolito Pindemonte and Isabella Teotochi Albrizzi. During the Napoleonic age and in the Restoration the role as art patron of the princess emerged both as member of the Habsburg court and as the last duchess of the Este House.

Obizzi, Asburgo, Este: strategie artistico-culturali fra Serenissima, Stato di Milano e Ducato di Modena dall’Antico Regime alla Restaurazione

FACCHIN, Laura
2013

Abstract

La ricerca mette in luce due diversi ambiti di mecenatismo e collezionismo dei secoli XVII e XVIII destinati ad intrecciarsi in età napoleonica: quello messo in atto dalle ultime generazioni dei duchi di Modena e Reggio, entrati a far parte della compagine imperiale con la creazione della dinastia Austro-Estense, e quello espresso dal casato degli Obizzi, nobilitatosi grazie alla carriera militare e diplomatica nelle corti principesche della penisola e di Leopoldo I, che stabilì la propria residenza principale nei territori veneti di terra ferma dal XVI secolo. La storiografia che si è occupata del singolare episodio di acquisizione da parte degli Asburgo-Este di un ricco insieme di beni immobili e di opere d’arte raccolto nei secoli dagli Obizzi, si è rivolta alla ricostruzione del destino dei beni una volta entrati a far parte del patrimonio dei duchi di Modena e poi degli stessi Asburgo, tentando di rintracciare i complessi percorsi di parziale dispersione e musealizzazione delle collezioni. Nel presente lavoro si sono voluti delineare i processi di ascesa politica e committenza che portarono alla costruzione di un’articolata rete di relazioni, presupposto forte per le vicende otto e novecentesche. Il mecenatismo della dinastia è documentato almeno dalla seconda metà del XVI secolo: il teatro in Padova e la residenza del Catajo (Battaglia Terme) devono considerarsi i poli complementari privilegiati per una strategia di affermazione in ambito internazionale raggiunta con l’inedita personalità di Ferdinando (1640-1710) al servizio della corte di Vienna nell’ultimo quarto del XVII secolo. La paradigmatica esperienza collezionistica dell’ultimo discendente, Tommaso (1751-1803), fu espressione di tendenze diffuse a livello internazionale. Il suo profilo ben si inserisce nell’estrema parcellizzazione del fenomeno collezionistico nell’ultimo quarto del Settecento in direzione dell’antiquaria, delle scienze naturali e della riscoperta dei “primitivi”, come dimostrano i numerosi casi di collezionisti in ambiente milanese, mantovano, veronese, padovano e veneziano proposti per confronto. Il quadro del mecenatismo aristocratico è confrontato con i modelli culturali espressi dalla politica artistica degli Austro-Estensi in Modena e Milano. Il duca Francesco III (1698-1780), tradizionalmente letto dalla storiografia in una dimensione negativa, sia da un punto di vista politico, pesando su di lui la responsabilità di aver ceduto i propri domini agli Asburgo, sia da quello delle committenze artistiche, a seguito della “vendita di Dresda”, fu invece fautore del completamento dei palazzi di corte e della loro costruzione ex-novo, con la perduta residenza di Rivalta e la creazione della villa di Varese, e di interventi di pubblica utilità sia nel feudo lombardo che nella capitale estense. Le scelte operate dal sovrano devono essere interpretate alla luce della mentalità di governo settecentesca che privilegiava investimenti politici anche ad alto prezzo per garantire la sopravvivenza dello Stato. La stessa cessione delle collezioni estensi rientrava, prima della definitiva svolta verso gli Asburgo, nella costruzione di un progetto di continuità dinastica nella casa Sassone. L’azione degli arciduchi nella Milano “perno dell’influsso imperiale in Italia”, in correlazione con le politiche artistiche promosse a Vienna, determinò una diffusione pluridirezionale del neoclassicismo nel territorio dello Stato nell’ultimo quarto del Settecento. Inedita è la frequentazione da parte di Ferdinando (1754-1806) e di Maria Beatrice (1750-1829) di ambienti intellettualmente avanzati al di fuori del Milanese, quali i salotti di Ippolito Pindemonte e Isabella Teotochi Albrizzi. Nella fase napoleonica e di Restaurazione emerge infine il ruolo autonomo della principessa estense come committente d’arte in qualità di esponente della corte asburgica e di duchessa dei domini aviti.
famiglia Obizzi; Francesco III d’Este; Ferdinando d’Asburgo; Maria Beatrice d’Este; collezionismo secc. XVII-XIX Italia settentrionale
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