I contributi raccolti in questo volume intendono offrire una riconsiderazione di un tema caratterizzante la psicologia filosofica: l’intenzionalità esistenziale, una dimensione psicologica dell’intenzionalità che non mette tra parentesi la dimensione affettiva e volitiva, né le precondizioni storiche e culturali del conoscere. Si tratta di una prospettiva che va oltre la originaria caratterizzazione di Brentano e Husserl, per confrontarsi da un lato con i risultati di altre discipline più metodicamente impostate sotto il profilo scientifico, dall’altro con i problemi posti da Dilthey e Heidegger: una dimensione dell’intendere che si esprime in interpretazioni ed espressioni e per la quale comprendere è per le persone almeno in parte anche autocostituirsi. L’oggetto che Kant poneva all’antropologia, il «conoscere quel che l’uomo, in quanto essere libero, fa o può e deve fare di se stesso», si è nel frattempo precisato con l’indicazione di una procedura che instrada il “potere e dovere” alla competenza logica delle forme dell’interpretazione. L’antropologia in chiave trascendentale e prammatica studia quel che l’uomo può e deve fare di se stesso mediante interpretazioni. Mario G. Lombardo traduce le osservazioni di Dilthey sull’inibizione dell’intenzione nei termini della ‘aporia produttiva’ del circolo ermeneutico come si prospetta nell’ antropologia configurata da Hans Lipps e Charles Taylor. Poi propone un’intersezione fra l’ermeneutica filosofica e le applicazioni antropologiche della Nuova Teoria dei Sistemi (L. von Bertalanffy, H. R. Maturana, F. J. Varela, H. von Foerster, N. Luhmann), concludendo con la questione dell’impiego di procedure sperimentali nello studio dell’auto-costituzione personale mediante operazioni interpretative. Secondo Ferdinand Fellmann l’interpretazione idealistica dell’ermeneutica proposta da Gadamer è difficilmente giustificabile in base alla nostra esperienza quotidiana: i moderni mass media come la televisione e internet ci mettono a confronto con una travolgente eccedenza di segni che deperiscono velocemente e la cui interpretazione non richiede alcuna tecnica interpretativa, tanto che nessuno cerca più qualcosa come un «senso profondo». Da questo si potrebbe concludere che l’ermeneutica abbia fatto il suo tempo. A loro volta anche le scienze mediatiche sono entrate in crisi e non sono in grado di elaborare un concetto rigoroso di medianità e guadagnare lo status di un paradigma autonomo. Rudolf A. Makkreel rileva come le determinanti culturali dell’essenza umana, già evocate da Kant, Hegel e Dilthey per spiegare come la psicologia vada correlata con l’antropologia, rendano interessante comparare con questa tradizione filosofica l’approccio ermeneutico dell’antropologia culturale di Clifford Geertz. I sistemi culturali definiti da Geertz assomigliano agli universali concreti della psicologia hegeliana ed ai sistemi culturali dinamici ai quali devono riferirsi le Geisteswissenschaften secondo Dilthey. Ma a ben vedere, ciò a cui pensa Geertz assomiglia piuttosto alla ‘tipica’ delle individualità schizzata da Dilthey, perché egli trova che i fenomeni ‘strani’ di una cultura rivelano i caratteri più istruttivi su ciò che di genericamente umano vi si può trovare. Perciò l’antropologia interpretativa di Geertz potrebbe provvedere il quadro di lavoro più idoneo per una “psicologia descrittiva” così com’era stata delineata da Dilthey in contrasto con una versione ‘scientifica’ della psicologia basata su ipotesi estrinseche ai dati. Alfredo Paternoster descrive alcuni progetti recenti di studio dell’intenzionalità, alternativi al modello influente che ha per obbiettivo di spiegare i comportamenti intenzionali come casi di leggi biofisiche. Il modello naturalistico influente occulta di fatto le proprietà normative, morali, valoriali dei comportamenti personali, ma neppure si può tacere sul deficit esplicativo dei modelli alternativi. Anne Reboul trasferisce nel dominio della comunicazione linguistica e degli speech acts il fenomeno della “esperienza dell’inibizione dell’intenzione”, da Dilthey evidenziato originariamente nel contesto dell’esperienza della realtà fisica. Ella lo ritiene comunque un fenomeno imprescindibile per la spiegazione di come si forma la coscienza della differenza del Sé dalle personalità altrui. L’Autrice valuta criticamente, alla luce del concetto delle condizioni di ‘buon esito’ (felicity conditions) negli atti linguistici, le teorie “esternaliste” di Burge e di Millikan. Gabriele Fedrigo propone un’analisi semantica dei termini ‘interprete’ e ‘interpretazione’ quando essi vengono mutuati con intento esplicativo da studiosi nel campo delle neuroscienze. Egli si riferisce particolarmente a LeDoux e a Zeki, alla “neuroermeneutica” di Reyna ed al “meccanismo cortico-cerebrale dell’interpretazione” descritto da Gazzaniga. Sui motivi dell’opposizione di Husserl alla fondazione psicologica diltheyana delle Geisteswisenschafteen verte il saggio di Dieter Lohmar. Vista la comune critica al riduzionismo naturalistico, desta stupore che Husserl non si sia occupato prima di Dilthey. Husserl stesso ammette che quello che lo indusse a desistere dalla lettura delle Idee di Dilthey fu in particolare la lettura della recensione negativa di Herrmann Ebbinghaus (1895), e solo in occasione di un incontro personale nel 1905 di aver mutato in parte il proprio atteggiamento. Tuttavia accanto alle incomprensioni c’erano anche preoccupazioni oggettive. Husserl mirava, a differenza della psicologia comprendente di Dilthey, ad una «psicologia pura», capace di arrivare a leggi generali senza ricadere nel pregiudizio naturalistico. Salvatore Giammusso nota che il concetto diltheyano di “connessione strutturale psichica”, che ha avuto grande influenza nell’antropologia filosofica del Novecento, resta quasi ignorato in campo psicologico. Guido Cusinato considera le diverse forme di intenzionalità presenti nell’antropologia di Dilthey e Scheler focalizzando la propria attenzione sul carattere non naturalizzabile dell’intenzionalità della persona volta a produrre stili di vita esistenziali. Entrambi i filosofi facendo riferimento al concetto di Bild riescono a superare una concezione «rappresentazionale» dell’intenzionalità. Il primo livello dell’intenzionalità riguarda il «sistema pulsionale» e risulta finalizzata alla produzione di marcature graduate sulle antitesi utile/dannoso o piacere/dispiacere atte ad orientare e ottimizzare comportamenti adeguati all’interazione ambientale. Ma sia Dilthey che Scheler cercano di delineare anche un livello autonomo da tale «intenzionalità biologica». In particolare Scheler, facendo perno sull’irriducibilità della persona nei confronti delle prospettive riduzionistiche, caratterizza l’intenzionalità della persona non nel senso di un astratto «conosci te stesso!», ma come creazione di Bildung, cioè produzione e realizzazione di stili di vita esistenziale, più o meno buoni, con cui ogni individuo vive concretamente e che si sedimentano in una forma particolare di Wissen: la phronesis. In questo progetto volto a ripensare la vita in termini non intellettualistici e la persona in termini non naturalistici Scheler risulta decisamente più vicino a Dilthey che non a Husserl.

Nuove prospettive di ricerca in psicologia filosofica

CUSINATO, Guido;
2007

Abstract

I contributi raccolti in questo volume intendono offrire una riconsiderazione di un tema caratterizzante la psicologia filosofica: l’intenzionalità esistenziale, una dimensione psicologica dell’intenzionalità che non mette tra parentesi la dimensione affettiva e volitiva, né le precondizioni storiche e culturali del conoscere. Si tratta di una prospettiva che va oltre la originaria caratterizzazione di Brentano e Husserl, per confrontarsi da un lato con i risultati di altre discipline più metodicamente impostate sotto il profilo scientifico, dall’altro con i problemi posti da Dilthey e Heidegger: una dimensione dell’intendere che si esprime in interpretazioni ed espressioni e per la quale comprendere è per le persone almeno in parte anche autocostituirsi. L’oggetto che Kant poneva all’antropologia, il «conoscere quel che l’uomo, in quanto essere libero, fa o può e deve fare di se stesso», si è nel frattempo precisato con l’indicazione di una procedura che instrada il “potere e dovere” alla competenza logica delle forme dell’interpretazione. L’antropologia in chiave trascendentale e prammatica studia quel che l’uomo può e deve fare di se stesso mediante interpretazioni. Mario G. Lombardo traduce le osservazioni di Dilthey sull’inibizione dell’intenzione nei termini della ‘aporia produttiva’ del circolo ermeneutico come si prospetta nell’ antropologia configurata da Hans Lipps e Charles Taylor. Poi propone un’intersezione fra l’ermeneutica filosofica e le applicazioni antropologiche della Nuova Teoria dei Sistemi (L. von Bertalanffy, H. R. Maturana, F. J. Varela, H. von Foerster, N. Luhmann), concludendo con la questione dell’impiego di procedure sperimentali nello studio dell’auto-costituzione personale mediante operazioni interpretative. Secondo Ferdinand Fellmann l’interpretazione idealistica dell’ermeneutica proposta da Gadamer è difficilmente giustificabile in base alla nostra esperienza quotidiana: i moderni mass media come la televisione e internet ci mettono a confronto con una travolgente eccedenza di segni che deperiscono velocemente e la cui interpretazione non richiede alcuna tecnica interpretativa, tanto che nessuno cerca più qualcosa come un «senso profondo». Da questo si potrebbe concludere che l’ermeneutica abbia fatto il suo tempo. A loro volta anche le scienze mediatiche sono entrate in crisi e non sono in grado di elaborare un concetto rigoroso di medianità e guadagnare lo status di un paradigma autonomo. Rudolf A. Makkreel rileva come le determinanti culturali dell’essenza umana, già evocate da Kant, Hegel e Dilthey per spiegare come la psicologia vada correlata con l’antropologia, rendano interessante comparare con questa tradizione filosofica l’approccio ermeneutico dell’antropologia culturale di Clifford Geertz. I sistemi culturali definiti da Geertz assomigliano agli universali concreti della psicologia hegeliana ed ai sistemi culturali dinamici ai quali devono riferirsi le Geisteswissenschaften secondo Dilthey. Ma a ben vedere, ciò a cui pensa Geertz assomiglia piuttosto alla ‘tipica’ delle individualità schizzata da Dilthey, perché egli trova che i fenomeni ‘strani’ di una cultura rivelano i caratteri più istruttivi su ciò che di genericamente umano vi si può trovare. Perciò l’antropologia interpretativa di Geertz potrebbe provvedere il quadro di lavoro più idoneo per una “psicologia descrittiva” così com’era stata delineata da Dilthey in contrasto con una versione ‘scientifica’ della psicologia basata su ipotesi estrinseche ai dati. Alfredo Paternoster descrive alcuni progetti recenti di studio dell’intenzionalità, alternativi al modello influente che ha per obbiettivo di spiegare i comportamenti intenzionali come casi di leggi biofisiche. Il modello naturalistico influente occulta di fatto le proprietà normative, morali, valoriali dei comportamenti personali, ma neppure si può tacere sul deficit esplicativo dei modelli alternativi. Anne Reboul trasferisce nel dominio della comunicazione linguistica e degli speech acts il fenomeno della “esperienza dell’inibizione dell’intenzione”, da Dilthey evidenziato originariamente nel contesto dell’esperienza della realtà fisica. Ella lo ritiene comunque un fenomeno imprescindibile per la spiegazione di come si forma la coscienza della differenza del Sé dalle personalità altrui. L’Autrice valuta criticamente, alla luce del concetto delle condizioni di ‘buon esito’ (felicity conditions) negli atti linguistici, le teorie “esternaliste” di Burge e di Millikan. Gabriele Fedrigo propone un’analisi semantica dei termini ‘interprete’ e ‘interpretazione’ quando essi vengono mutuati con intento esplicativo da studiosi nel campo delle neuroscienze. Egli si riferisce particolarmente a LeDoux e a Zeki, alla “neuroermeneutica” di Reyna ed al “meccanismo cortico-cerebrale dell’interpretazione” descritto da Gazzaniga. Sui motivi dell’opposizione di Husserl alla fondazione psicologica diltheyana delle Geisteswisenschafteen verte il saggio di Dieter Lohmar. Vista la comune critica al riduzionismo naturalistico, desta stupore che Husserl non si sia occupato prima di Dilthey. Husserl stesso ammette che quello che lo indusse a desistere dalla lettura delle Idee di Dilthey fu in particolare la lettura della recensione negativa di Herrmann Ebbinghaus (1895), e solo in occasione di un incontro personale nel 1905 di aver mutato in parte il proprio atteggiamento. Tuttavia accanto alle incomprensioni c’erano anche preoccupazioni oggettive. Husserl mirava, a differenza della psicologia comprendente di Dilthey, ad una «psicologia pura», capace di arrivare a leggi generali senza ricadere nel pregiudizio naturalistico. Salvatore Giammusso nota che il concetto diltheyano di “connessione strutturale psichica”, che ha avuto grande influenza nell’antropologia filosofica del Novecento, resta quasi ignorato in campo psicologico. Guido Cusinato considera le diverse forme di intenzionalità presenti nell’antropologia di Dilthey e Scheler focalizzando la propria attenzione sul carattere non naturalizzabile dell’intenzionalità della persona volta a produrre stili di vita esistenziali. Entrambi i filosofi facendo riferimento al concetto di Bild riescono a superare una concezione «rappresentazionale» dell’intenzionalità. Il primo livello dell’intenzionalità riguarda il «sistema pulsionale» e risulta finalizzata alla produzione di marcature graduate sulle antitesi utile/dannoso o piacere/dispiacere atte ad orientare e ottimizzare comportamenti adeguati all’interazione ambientale. Ma sia Dilthey che Scheler cercano di delineare anche un livello autonomo da tale «intenzionalità biologica». In particolare Scheler, facendo perno sull’irriducibilità della persona nei confronti delle prospettive riduzionistiche, caratterizza l’intenzionalità della persona non nel senso di un astratto «conosci te stesso!», ma come creazione di Bildung, cioè produzione e realizzazione di stili di vita esistenziale, più o meno buoni, con cui ogni individuo vive concretamente e che si sedimentano in una forma particolare di Wissen: la phronesis. In questo progetto volto a ripensare la vita in termini non intellettualistici e la persona in termini non naturalistici Scheler risulta decisamente più vicino a Dilthey che non a Husserl.
Dilthey; intenzionalità; ermeneutica
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11562/473560
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