Negli ultimi anni nell’ambito della storia economica del clero e, in particolare, degli ordini religiosi, c’è stata una svolta: le indagini più recenti, anche quando hanno avuto come punto di riferimento singoli conventi, monasteri o abbazie, hanno insistito con particolare attenzione sulla intricata e fitta trama di relazioni che andava oltre i confini politici locali e anche “nazionali”. Nel Cinquecento i circa quarantamila monasteri e conventi sparsi in tutta Europa erano accomunati da una stessa lingua, il latino, dagli stessi valori e da una medesima organizzazione, dando luogo a una rete di relazioni che Fiorenzo Landi ha definito una sorta di «globalizzazione ante litteram». Condividendo la prospettiva di indagine resa possibile dalla sostanziale omogeneità di problemi e comportamenti rilevati in ambito europeo nelle singole istituzioni all’interno di uno stesso ordine e congregazione, la nostra indagine si colloca all’interno di questo nuovo filone di studi, concentrandosi in particolare sulla ricostruzione della struttura e della dinamica patrimoniale dei Domenicani del convento di S. Anastasia a Verona. L’arco cronologico della ricerca va dalla fine del Seicento agli inizi dell’Ottocento, quando i Predicatori, vittime delle soppressioni napoleoniche, furono costretti ad abbandonare la propria abitazione e la propria città per trasferirsi nel convento di Vicenza. Dopo un breve excursus storico sulla fondazione dell’Ordine, e sull’insediamento dei primi Domenicani a Verona, abbiamo cercato di individuare le origini del patrimonio e le modalità con cui venne consolidandosi. I Predicatori, nonostante il loro status di mendicanti, che avrebbe dovuto impedire ogni forma di possesso, anche collettivo, e i relativi privilegi, fin dal loro arrivo a Verona ricevettero donazioni sotto forma sia di denaro sia di immobili. Stabilitisi inizialmente fuori delle mura della città, si trasferirono successivamente nel centro urbano, dove il vescovo donò loro le due chiese di S. Remigio e di S. Anastasia. Per poter quantificare la consistenza delle proprietà siamo partiti dalle informazioni forniteci dalle polizze d’estimo, in particolare - per quel che concerne il nostro periodo - quelle relative al 1680, 1724 e 1763. In quegli anni il patrimonio dei Domenicani risulta costituito da edifici urbani, da fondi rustici, localizzati in zone diverse della campagna veronese, e dal gettito proveniente dai redditi di capitale, quindi censi, livelli, legati, ecc. Il patrimonio iniziale, rappresentato dalle abitazioni, fu acquistato dai religiosi con il denaro delle donazioni e, nel corso dei secoli, fu, non solo conservato, ma anche ampliato e valorizzato. Le case da 18 aumentarono a 26 e la loro rendita da circa 270 ducati, nel 1680, passò a 680 ducati nei primi anni del Settecento. I fondi rustici furono, invece, comperati in un secondo momento, tra Quattrocento e Cinquecento, ovvero nel periodo della corsa alla terra, quando gli investimenti di nobili e patrizi si spostarono dai traffici ai terreni. In maniera analoga ai grandi proprietari laici, dunque, anche gli ecclesiastici iniziarono ad investire nelle campagne. Tali proprietà, che nella prima metà del Settecento coprivano complessivamente un’area di 898 campi equivalenti a circa 270 ettari, per un valore di 28.000 ducati, furono sfruttate con sistemi di lavoro sempre più intensivi. La produzione complessiva di frumento proveniente dalle possessioni passò da minali 96 (q. 27,45) nel 1680 a minali 229 (q. 65,49) nel 1763, la quantità di miglio da minali 70 (q. 20,02) a minali 225 (q. 64,35), così come la segale che passò da minali 100 (q. 28,60) a minali 130 (q. 37,18)...

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Il patrimonio e i redditi di un convento veronese del Settecento: S. Anastasia

LORENZINI, MARCELLA
2007-01-01

Abstract

Negli ultimi anni nell’ambito della storia economica del clero e, in particolare, degli ordini religiosi, c’è stata una svolta: le indagini più recenti, anche quando hanno avuto come punto di riferimento singoli conventi, monasteri o abbazie, hanno insistito con particolare attenzione sulla intricata e fitta trama di relazioni che andava oltre i confini politici locali e anche “nazionali”. Nel Cinquecento i circa quarantamila monasteri e conventi sparsi in tutta Europa erano accomunati da una stessa lingua, il latino, dagli stessi valori e da una medesima organizzazione, dando luogo a una rete di relazioni che Fiorenzo Landi ha definito una sorta di «globalizzazione ante litteram». Condividendo la prospettiva di indagine resa possibile dalla sostanziale omogeneità di problemi e comportamenti rilevati in ambito europeo nelle singole istituzioni all’interno di uno stesso ordine e congregazione, la nostra indagine si colloca all’interno di questo nuovo filone di studi, concentrandosi in particolare sulla ricostruzione della struttura e della dinamica patrimoniale dei Domenicani del convento di S. Anastasia a Verona. L’arco cronologico della ricerca va dalla fine del Seicento agli inizi dell’Ottocento, quando i Predicatori, vittime delle soppressioni napoleoniche, furono costretti ad abbandonare la propria abitazione e la propria città per trasferirsi nel convento di Vicenza. Dopo un breve excursus storico sulla fondazione dell’Ordine, e sull’insediamento dei primi Domenicani a Verona, abbiamo cercato di individuare le origini del patrimonio e le modalità con cui venne consolidandosi. I Predicatori, nonostante il loro status di mendicanti, che avrebbe dovuto impedire ogni forma di possesso, anche collettivo, e i relativi privilegi, fin dal loro arrivo a Verona ricevettero donazioni sotto forma sia di denaro sia di immobili. Stabilitisi inizialmente fuori delle mura della città, si trasferirono successivamente nel centro urbano, dove il vescovo donò loro le due chiese di S. Remigio e di S. Anastasia. Per poter quantificare la consistenza delle proprietà siamo partiti dalle informazioni forniteci dalle polizze d’estimo, in particolare - per quel che concerne il nostro periodo - quelle relative al 1680, 1724 e 1763. In quegli anni il patrimonio dei Domenicani risulta costituito da edifici urbani, da fondi rustici, localizzati in zone diverse della campagna veronese, e dal gettito proveniente dai redditi di capitale, quindi censi, livelli, legati, ecc. Il patrimonio iniziale, rappresentato dalle abitazioni, fu acquistato dai religiosi con il denaro delle donazioni e, nel corso dei secoli, fu, non solo conservato, ma anche ampliato e valorizzato. Le case da 18 aumentarono a 26 e la loro rendita da circa 270 ducati, nel 1680, passò a 680 ducati nei primi anni del Settecento. I fondi rustici furono, invece, comperati in un secondo momento, tra Quattrocento e Cinquecento, ovvero nel periodo della corsa alla terra, quando gli investimenti di nobili e patrizi si spostarono dai traffici ai terreni. In maniera analoga ai grandi proprietari laici, dunque, anche gli ecclesiastici iniziarono ad investire nelle campagne. Tali proprietà, che nella prima metà del Settecento coprivano complessivamente un’area di 898 campi equivalenti a circa 270 ettari, per un valore di 28.000 ducati, furono sfruttate con sistemi di lavoro sempre più intensivi. La produzione complessiva di frumento proveniente dalle possessioni passò da minali 96 (q. 27,45) nel 1680 a minali 229 (q. 65,49) nel 1763, la quantità di miglio da minali 70 (q. 20,02) a minali 225 (q. 64,35), così come la segale che passò da minali 100 (q. 28,60) a minali 130 (q. 37,18)...
convento veronese; settecento; s. anastasia
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11562/338058
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