L’Argentina del secondo dopoguerra, attraversata dalla tumultuosa dittatura peronista, terra d’esilio di proseliti del fascismo, Colchide di una nuova generazione di emigranti, è stata oggetto di numerosi studi, difficile quindi trovare terreni di ricerca poco investigati. Un primo aspetto su cui si poteva intervenire mi parve, fin dall’inizio, l’angolo di osservazione del fenomeno: la tendenza porta a considerare l’emigrazione da un paese ad un altro in una prospettiva tendenzialmente bipolare e bilaterale. L’approccio comparato è ormai diventato ordinario, non costituisce più un aspetto innovativo della ricerca, ma per comparato si intende spesso l’accostamento di diverse discipline per un ‘singolare’ oggetto d’analisi: nel caso dell’emigrazione lo studio di come cambiano due società – quella da cui partono gli emigranti e quella che gli accoglie – nei contesti politico, sociale, antropologico e culturale. Chi si è poi interessato del fenomeno nel secondo dopoguerra si è in particolar modo occupato di rintracciare gli elementi di continuità con il passato, come ad esempio il repristino dei meccanismi emigratori personali – quale è la catena emigratoria -, ad investigare quanto le collettività italiane all’estero e i nuovi emigranti riuscissero ad amalgamarsi, a recuperare un catalogo di traversie. In questa prospettiva sicuramente la scala è molto piccola e permette di mettere bene a fuoco l’oggetto d’analisi, ma il contesto rischia di restare indefinito sullo sfondo. Il fenomeno è inteso spesso come una ‘Questione di Stato’, che riguarda in primo luogo il paese da cui gli emigranti partono e quello che se ne fa carico ospitandoli, ma non è esatto. Questo non vale oggi come non valeva per il dopoguerra, sicuramente. Il dissidio attuale tra mondo occidentale e mondo arabo, tra ovest ed est non è così tanto diverso da quello che, alla conclusione del secondo conflitto mondiale, divideva l’emisfero occidentale da quello orientale. Le paure erano le stesse. La storia trova molti modi per rigenerarsi. Vico docet. La globalizzazione non è che un’estensione, una elevazione a potenza della ‘mondializzazione’ che caratterizza la prima metà del secolo XX. In verità l’origine di questa interdipendenza può essere fatta risalire molto addietro, come ho cercato di chiarire nel 1 paragrafo del I capitolo, “E re nata”, - che significa infatti “nel momento”- e dove si è inteso proporre un fermoimmagine dell’Italia dell’immediato dopoguerra, così come gli Impressionisti francesi nei loro quadri fecero della Parigi del loro tempo. Nel dopoguerra è innaturale collocarsi al di fuori del mondo diviso in blocchi; il prescindere da questa dimensione porterebbe ad una interpretazione parziale dei fenomeni. Nello specifico sia l’Italia che l’Argentina furono fortemente condizionate dal colosso americano: la prima per essere uscita vinta dal conflitto mondiale e per aver scelto di aggiogarsi agli Stati Uniti, che si dimostravano per altro i più clementi nei suoi riguardi - anche per la presenza sul territorio di una nutrita collettività italo-americana, rilevante sul piano politico interno come forte bacino elettorale - e la nazione più interessata alla sua ripresa economica, ritenuta indispensabile per impedire un eventuale scivolamento del Paese nell’orbita comunista; la seconda per la sua collocazione territoriale, essendo il continente Sud-Americano, dai tempi di Wilson, ritenuto il ‘cortile di casa’...

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Politica USA ed emigrazione italiana. Emigranti, sindacalisti e diplomatici in Argentina 1944-1955

PEROZENI, Veronica
2007-01-01

Abstract

L’Argentina del secondo dopoguerra, attraversata dalla tumultuosa dittatura peronista, terra d’esilio di proseliti del fascismo, Colchide di una nuova generazione di emigranti, è stata oggetto di numerosi studi, difficile quindi trovare terreni di ricerca poco investigati. Un primo aspetto su cui si poteva intervenire mi parve, fin dall’inizio, l’angolo di osservazione del fenomeno: la tendenza porta a considerare l’emigrazione da un paese ad un altro in una prospettiva tendenzialmente bipolare e bilaterale. L’approccio comparato è ormai diventato ordinario, non costituisce più un aspetto innovativo della ricerca, ma per comparato si intende spesso l’accostamento di diverse discipline per un ‘singolare’ oggetto d’analisi: nel caso dell’emigrazione lo studio di come cambiano due società – quella da cui partono gli emigranti e quella che gli accoglie – nei contesti politico, sociale, antropologico e culturale. Chi si è poi interessato del fenomeno nel secondo dopoguerra si è in particolar modo occupato di rintracciare gli elementi di continuità con il passato, come ad esempio il repristino dei meccanismi emigratori personali – quale è la catena emigratoria -, ad investigare quanto le collettività italiane all’estero e i nuovi emigranti riuscissero ad amalgamarsi, a recuperare un catalogo di traversie. In questa prospettiva sicuramente la scala è molto piccola e permette di mettere bene a fuoco l’oggetto d’analisi, ma il contesto rischia di restare indefinito sullo sfondo. Il fenomeno è inteso spesso come una ‘Questione di Stato’, che riguarda in primo luogo il paese da cui gli emigranti partono e quello che se ne fa carico ospitandoli, ma non è esatto. Questo non vale oggi come non valeva per il dopoguerra, sicuramente. Il dissidio attuale tra mondo occidentale e mondo arabo, tra ovest ed est non è così tanto diverso da quello che, alla conclusione del secondo conflitto mondiale, divideva l’emisfero occidentale da quello orientale. Le paure erano le stesse. La storia trova molti modi per rigenerarsi. Vico docet. La globalizzazione non è che un’estensione, una elevazione a potenza della ‘mondializzazione’ che caratterizza la prima metà del secolo XX. In verità l’origine di questa interdipendenza può essere fatta risalire molto addietro, come ho cercato di chiarire nel 1 paragrafo del I capitolo, “E re nata”, - che significa infatti “nel momento”- e dove si è inteso proporre un fermoimmagine dell’Italia dell’immediato dopoguerra, così come gli Impressionisti francesi nei loro quadri fecero della Parigi del loro tempo. Nel dopoguerra è innaturale collocarsi al di fuori del mondo diviso in blocchi; il prescindere da questa dimensione porterebbe ad una interpretazione parziale dei fenomeni. Nello specifico sia l’Italia che l’Argentina furono fortemente condizionate dal colosso americano: la prima per essere uscita vinta dal conflitto mondiale e per aver scelto di aggiogarsi agli Stati Uniti, che si dimostravano per altro i più clementi nei suoi riguardi - anche per la presenza sul territorio di una nutrita collettività italo-americana, rilevante sul piano politico interno come forte bacino elettorale - e la nazione più interessata alla sua ripresa economica, ritenuta indispensabile per impedire un eventuale scivolamento del Paese nell’orbita comunista; la seconda per la sua collocazione territoriale, essendo il continente Sud-Americano, dai tempi di Wilson, ritenuto il ‘cortile di casa’...
politica usa; emigrazione italiana
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