Cosa si intende quando si parla di sussidiarietà? In termini estremamente generali, con tale termine oggi si allude ad un “criterio di organizzazione sociale in base al quale i compiti di governo devono essere svolti da quello, tra tutti i livelli di potere astrattamente idonei, più vicino al cittadino. In questo senso il ruolo di ogni singolo livello deve essere sussidiario rispetto a quello del livello immediatamente inferiore: il primo, cioè, deve intervenire solo in caso di incapacità del secondo nell’affrontare una determinata questione, nonché nei limiti di tale incapacità”. Si può rilevarne il nucleo essenziale nell’idea che, nel rapporto tra entità aventi dimensione diversa, la preferenza sia da accordare a quelle minori e che gli interventi delle entità maggiori debbano essere volti a sopperire ad eventuali inadeguatezza delle prime: emerge con tutta evidenza la ratio garantista che vi è sottesa, nonché la sua struttura relazionale, dal momento che si applica ai rapporti tra entità di vario tipo. In verità, la sussidiarietà si presenta come un concetto estremamente flessibile e versatile, in grado di travalicare il mero contesto politico per informare di sé non solo i rapporti tra poteri pubblici allocati ai diversi livelli di governo, ma ogni rapporto tra minore e maggiore, tra inferiore e superiore, tra pubblico e privato. Se è vero che si applica principalmente alle relazioni tra lo Stato ed i gruppi che nascono in seno alla società, ciò significa solo che il soggetto statale costituisce l’autorità per eccellenza, ma non esaurisce tale categoria: basti pensare al padre o alla madre che rappresentano l’autorità nell’ambito della famiglia, la quale si assume come l’aggregazione sociale prima e fondamentale. L’idea di sussidiarietà concerne qualunque autorità e può dunque essere applicata a qualsiasi raggruppamento umano, a prescindere dalle sue dimensioni e dalla sua natura, ancorché in maniera diversa ed in funzione della natura stessa del raggruppamento. Quello sussidiario inoltre si configura come un meccanismo suscettibile di diverse modalità operative, in grado di muoversi in direzioni differenti ed, in effetti, è proprio questo suo aspetto “camaleontico” che ha contribuito a suscitare grande diffidenza intorno a tale principio, accusato di essere facilmente strumentalizzabile in ragione della forte connotazione politica che lo caratterizza. Inoltre, la sua notevole versatilità, che si manifesta su diversi piani, ha concorso a renderne nebulosi i confini, contribuendo a diffondere l’idea della sua forte ambiguità. Ciò ha spinto la dottrina ha ricondurre tale principio di volta in volta entro classificazioni e finalità differenti giungendo così a coglierne diverse accezioni ed elaborando corrispondenti categorie dogmatiche.

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Il principio di sussidiarietà e la sua ragionevole applicazione. Esperienze comunitaria ed italiana a confronto

ONORATO, Giusi
2007-01-01

Abstract

Cosa si intende quando si parla di sussidiarietà? In termini estremamente generali, con tale termine oggi si allude ad un “criterio di organizzazione sociale in base al quale i compiti di governo devono essere svolti da quello, tra tutti i livelli di potere astrattamente idonei, più vicino al cittadino. In questo senso il ruolo di ogni singolo livello deve essere sussidiario rispetto a quello del livello immediatamente inferiore: il primo, cioè, deve intervenire solo in caso di incapacità del secondo nell’affrontare una determinata questione, nonché nei limiti di tale incapacità”. Si può rilevarne il nucleo essenziale nell’idea che, nel rapporto tra entità aventi dimensione diversa, la preferenza sia da accordare a quelle minori e che gli interventi delle entità maggiori debbano essere volti a sopperire ad eventuali inadeguatezza delle prime: emerge con tutta evidenza la ratio garantista che vi è sottesa, nonché la sua struttura relazionale, dal momento che si applica ai rapporti tra entità di vario tipo. In verità, la sussidiarietà si presenta come un concetto estremamente flessibile e versatile, in grado di travalicare il mero contesto politico per informare di sé non solo i rapporti tra poteri pubblici allocati ai diversi livelli di governo, ma ogni rapporto tra minore e maggiore, tra inferiore e superiore, tra pubblico e privato. Se è vero che si applica principalmente alle relazioni tra lo Stato ed i gruppi che nascono in seno alla società, ciò significa solo che il soggetto statale costituisce l’autorità per eccellenza, ma non esaurisce tale categoria: basti pensare al padre o alla madre che rappresentano l’autorità nell’ambito della famiglia, la quale si assume come l’aggregazione sociale prima e fondamentale. L’idea di sussidiarietà concerne qualunque autorità e può dunque essere applicata a qualsiasi raggruppamento umano, a prescindere dalle sue dimensioni e dalla sua natura, ancorché in maniera diversa ed in funzione della natura stessa del raggruppamento. Quello sussidiario inoltre si configura come un meccanismo suscettibile di diverse modalità operative, in grado di muoversi in direzioni differenti ed, in effetti, è proprio questo suo aspetto “camaleontico” che ha contribuito a suscitare grande diffidenza intorno a tale principio, accusato di essere facilmente strumentalizzabile in ragione della forte connotazione politica che lo caratterizza. Inoltre, la sua notevole versatilità, che si manifesta su diversi piani, ha concorso a renderne nebulosi i confini, contribuendo a diffondere l’idea della sua forte ambiguità. Ciò ha spinto la dottrina ha ricondurre tale principio di volta in volta entro classificazioni e finalità differenti giungendo così a coglierne diverse accezioni ed elaborando corrispondenti categorie dogmatiche.
sussidiarietà; esperienza comunitaria; esperienza italiana
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