Questo lavoro si sviluppa sia su di un piano filologico che teoretico. 1) Relativamente a quello filologico l'intenzione preponderante è quella di superare le consuete interpretazioni della riduzione fenomenologica di Husserl e Scheler per dimostrare una connessione con il concetto platonico di katharsis. La riduzione fenomenologica è una epoché dell'ego. Altrettanto Platone nelle Leggi con il processo di purificazione o katharsis non intende anticipare la morte come fuga dal mondo, ma promuovere la "morte dell'egocentrismo". La morte dell'egocentrismo tuttavia non significa l'annullamento della singolarità individuale, ma al contrario è il punto di partenza di una filosofia come esercizio di trasformazione. Questo concetto è il vero nucleo dell'epoché fenomenologica. 2) Sul piano teoretico la tesi di questo lavoro è che ogni azione che si muova nel senso d’un incremento del grado d’apertura al mondo, attraverso il superamento della propria intrascendenza, sia un’azione etica. Anzi che l’etica consista proprio in quest’incremento. Con "morte dell'ego" s'intende il superamento di un certo tipo di soggettività: quella che chiudendosi nella propria autoreferenzialità e nel mito immunitario della propria autonomia sovrana non è mai stata in grado d'inaugurare un processo di formazione e di trasformazione della persona. Tale katharsis o "morte dell'ego" non ha quindi nulla a che fare con il processo oblativo e sacrificale del proprio sé che culmina nell'amor mortis: con "morte dell'ego" s'intende piuttosto un processo di svuotamento dalla saturazione egocentrica per inaugurare un processo di formazione dell'identità personale nel legame con l'altro. La morte dell'ego diventa allora il punto di partenza etico della filosofia come superamento del mito prometeico dell'individuo inteso come monade autosufficiente e contemporaneamente scoperta dell'incompiutezza antropologica dell'uomo. Le due questioni sono strettamente intrecciate e rinviano a un problema che è sempre stato presente nel pensiero greco e cristiano. Già in un passo della Lettera ai Filippesi, Paolo nota: «la loro fine è la perdizione, il loro dio è il ventre» (3, 19). Anche il «ventre» ha infatti le sue esigenze, anche il ventre ha gli «occhi»: se l’uomo si riduce a guardare il mondo attraverso gli occhi del proprio «ventre» allora è dannato, ma non nel senso che verrà poi condannato da un qualche tribunale celeste quanto che già in tale condizione è implicito un danno esistenziale, una chiusura e un ripiegamento della vita su se stessa. L’etica mi pare in primo luogo un invito ad evitare tale danno. Platone nel Fedone concepisce la catarsi come passaggio da un certo modo di vivere per accedere a «vita nuova» (la filosofia) già in questa vita terrena. Pure la riflessione moderna è ricca di spunti in questa direzione, come quelli offerti da Schelling quando, introducendo il concetto di estasi dall’Io, evidenzia che qui non si tratta di mettere fra parentesi solo la prospettiva sensibile, ma anche il pensiero oggettivante e di dirigersi verso un centro personale concreto. Infine Schopenhauer pone in rilievo come il problema metafisico dell’etica consista essenzialmente nella messa fra parentesi dell’egoismo (cfr. le interessantissime analisi contenute in Die beiden Grundprobleme der Ethik), anche se poi rimane ancorato ad una concezione assolutizzante dell’ego stesso, tanto da ritenere che la sua scomparsa conduca inevitabilmente nel Nirvana. L’etica non richiede però di depauperare la nostra esistenza terrena in nome di valori ultraterreni, ma al contrario è un invito a renderla più ricca e intensa. Bisogna voler veramente bene a se stessi per riuscire a superare l’egoismo. Non si tratta in nessun caso di condannare preventivamente un egoismo inteso come orgoglio per il proprio essere relativo e capace di riconosce all’altro un eguale diritto; in un primo momento il problema è quello di prendere le distanze da quell’assolutizzazione del proprio ego che ricade nell’egocentrismo. Con l’espressione proiettivismo egologico si potrebbe cercare di indicare una delle tendenze fondamentali dell’uomo: la tendenza che, connettendosi alla volontà di potenza nietzschiana dell’homo faber, ha permesso l’importantissimo e irrinunciabile processo di oggettivazione alla base anche del sapere scientifico. Essa tuttavia, se assolutizzata, tende a cancellare la dimensione dell’alterità riducendo all’ego ogni differenza e alimentando l’equivoco di fondo secondo cui il mondo altro non sarebbe che il riflesso del proprio ego. Qui l’ego è pronto a svelare un’indole mistificatoria non appena l’oggettività arrivi a metterne in discussione la centralità. Anche gli «occhi dell’ego» rischiano infine di ricadere in una dannazione analoga a quella degli «occhi del ventre». Nell’etica si fa strada una nuova visuale, capace di trascendere estaticamente la disposizione egologico-proiettiva e che si può identificare con quella della persona. È come se ognuno di questi «sguardi» delimitasse un ambito di realtà sempre meno ristretto e sempre più complesso, in modo da rappresentare un incremento del grado d’apertura e di sintonia col mondo. In una tale concezione dell’etica non è però prevista né una svalutazione del mondo e neppure della corporeità. Si tratta piuttosto di superare l’alternativa fra Idealismo e Realismo cercando di esperire qualcosa che rimane incommensurabile alla logica dell’ego e verso la quale l’ego stesso rimane cieco: la sfera dell’alterità, del diverso, in altre parole di ciò che rimane asimmetrico rispetto alla propria autoprogettualità.

Katharsis. La morte dell'ego e il divino come apertura al mondo nella prospettiva di Max Scheler, con una Prefazione di Manfred. Frings, (402 pp.)

CUSINATO, Guido
1999

Abstract

Questo lavoro si sviluppa sia su di un piano filologico che teoretico. 1) Relativamente a quello filologico l'intenzione preponderante è quella di superare le consuete interpretazioni della riduzione fenomenologica di Husserl e Scheler per dimostrare una connessione con il concetto platonico di katharsis. La riduzione fenomenologica è una epoché dell'ego. Altrettanto Platone nelle Leggi con il processo di purificazione o katharsis non intende anticipare la morte come fuga dal mondo, ma promuovere la "morte dell'egocentrismo". La morte dell'egocentrismo tuttavia non significa l'annullamento della singolarità individuale, ma al contrario è il punto di partenza di una filosofia come esercizio di trasformazione. Questo concetto è il vero nucleo dell'epoché fenomenologica. 2) Sul piano teoretico la tesi di questo lavoro è che ogni azione che si muova nel senso d’un incremento del grado d’apertura al mondo, attraverso il superamento della propria intrascendenza, sia un’azione etica. Anzi che l’etica consista proprio in quest’incremento. Con "morte dell'ego" s'intende il superamento di un certo tipo di soggettività: quella che chiudendosi nella propria autoreferenzialità e nel mito immunitario della propria autonomia sovrana non è mai stata in grado d'inaugurare un processo di formazione e di trasformazione della persona. Tale katharsis o "morte dell'ego" non ha quindi nulla a che fare con il processo oblativo e sacrificale del proprio sé che culmina nell'amor mortis: con "morte dell'ego" s'intende piuttosto un processo di svuotamento dalla saturazione egocentrica per inaugurare un processo di formazione dell'identità personale nel legame con l'altro. La morte dell'ego diventa allora il punto di partenza etico della filosofia come superamento del mito prometeico dell'individuo inteso come monade autosufficiente e contemporaneamente scoperta dell'incompiutezza antropologica dell'uomo. Le due questioni sono strettamente intrecciate e rinviano a un problema che è sempre stato presente nel pensiero greco e cristiano. Già in un passo della Lettera ai Filippesi, Paolo nota: «la loro fine è la perdizione, il loro dio è il ventre» (3, 19). Anche il «ventre» ha infatti le sue esigenze, anche il ventre ha gli «occhi»: se l’uomo si riduce a guardare il mondo attraverso gli occhi del proprio «ventre» allora è dannato, ma non nel senso che verrà poi condannato da un qualche tribunale celeste quanto che già in tale condizione è implicito un danno esistenziale, una chiusura e un ripiegamento della vita su se stessa. L’etica mi pare in primo luogo un invito ad evitare tale danno. Platone nel Fedone concepisce la catarsi come passaggio da un certo modo di vivere per accedere a «vita nuova» (la filosofia) già in questa vita terrena. Pure la riflessione moderna è ricca di spunti in questa direzione, come quelli offerti da Schelling quando, introducendo il concetto di estasi dall’Io, evidenzia che qui non si tratta di mettere fra parentesi solo la prospettiva sensibile, ma anche il pensiero oggettivante e di dirigersi verso un centro personale concreto. Infine Schopenhauer pone in rilievo come il problema metafisico dell’etica consista essenzialmente nella messa fra parentesi dell’egoismo (cfr. le interessantissime analisi contenute in Die beiden Grundprobleme der Ethik), anche se poi rimane ancorato ad una concezione assolutizzante dell’ego stesso, tanto da ritenere che la sua scomparsa conduca inevitabilmente nel Nirvana. L’etica non richiede però di depauperare la nostra esistenza terrena in nome di valori ultraterreni, ma al contrario è un invito a renderla più ricca e intensa. Bisogna voler veramente bene a se stessi per riuscire a superare l’egoismo. Non si tratta in nessun caso di condannare preventivamente un egoismo inteso come orgoglio per il proprio essere relativo e capace di riconosce all’altro un eguale diritto; in un primo momento il problema è quello di prendere le distanze da quell’assolutizzazione del proprio ego che ricade nell’egocentrismo. Con l’espressione proiettivismo egologico si potrebbe cercare di indicare una delle tendenze fondamentali dell’uomo: la tendenza che, connettendosi alla volontà di potenza nietzschiana dell’homo faber, ha permesso l’importantissimo e irrinunciabile processo di oggettivazione alla base anche del sapere scientifico. Essa tuttavia, se assolutizzata, tende a cancellare la dimensione dell’alterità riducendo all’ego ogni differenza e alimentando l’equivoco di fondo secondo cui il mondo altro non sarebbe che il riflesso del proprio ego. Qui l’ego è pronto a svelare un’indole mistificatoria non appena l’oggettività arrivi a metterne in discussione la centralità. Anche gli «occhi dell’ego» rischiano infine di ricadere in una dannazione analoga a quella degli «occhi del ventre». Nell’etica si fa strada una nuova visuale, capace di trascendere estaticamente la disposizione egologico-proiettiva e che si può identificare con quella della persona. È come se ognuno di questi «sguardi» delimitasse un ambito di realtà sempre meno ristretto e sempre più complesso, in modo da rappresentare un incremento del grado d’apertura e di sintonia col mondo. In una tale concezione dell’etica non è però prevista né una svalutazione del mondo e neppure della corporeità. Si tratta piuttosto di superare l’alternativa fra Idealismo e Realismo cercando di esperire qualcosa che rimane incommensurabile alla logica dell’ego e verso la quale l’ego stesso rimane cieco: la sfera dell’alterità, del diverso, in altre parole di ciò che rimane asimmetrico rispetto alla propria autoprogettualità.
8881149125
Platone; Schelling; Schopenhauer; Nietzsche; Husserl; Scheler; fenomenologia; riduzione; etica
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