Il termine "handicap" ha finito col definire una “specie” dentro il “genere” uomini. E’ questa la logica illogica che si nasconde dietro l’uso comune della parola handicap, divenuta per antonomasia giudizio di quasi umanità. Questo è anche il malinteso di fondo che sottende il pregiudizio sull’handicap per colpa del quale il termine handicappati viene utilizzato nel linguaggio comune per individuare l’insieme di coloro che, in quanto affetti da qualche deficit o malformazione, sono ritenuti “diversi”: al di qua dell’handicap si pone il normale, al di là il “diverso”. Sono infatti pregiudizi e stereotipi che determinano la separazione tra normali e diversi. Credo sia lecito chiedersi quale tipo di programma, memoria e apprendimento determini la percezione del “diverso”; specialmente di colui che è percepito diverso per eccellenza ovvero, l’handicappato. Il pregiudizio sull’handicap fa riferimento ad un sistema simbolico definibile come cultura dello scarto e funziona come anestetico della coscienza rispetto al proprio limite costitutivo: la necessità ontologica di superarsi e dialogare creativamente con l’altro. La natura, a volte, è causa di sofferenza e disperazione. Ma molto di più l’uomo quando al dolore sovrappone dolore, alla sofferenza ulteriore sofferenza e al limite altro limite. Eppure, lo stesso, ha il potere di lenire il dolore, calmare la sofferenza e ridurre il limite. Ma per far questo bisogna riuscire a vedere al di là dell’handicap l’uomo, il limite di ogni uomo: abile o disabile che sia. Non riuscire a vedere tutto questo non è un difetto di natura bensì il prodotto di una distorsione, per lo più da imputare all’educazione. Il libro può essere utile a tutti quelli che vivono e lavorano a contatto con l’handicap ma anche per tutti coloro che, per diversi motivi, vogliono conoscere più approfonditamente i problemi della disabilità: studenti, insegnanti, educatori, pubblici amministratori.

Handicap e Pregiudizio. Le radici culturali.

LASCIOLI, Angelo
2001

Abstract

Il termine "handicap" ha finito col definire una “specie” dentro il “genere” uomini. E’ questa la logica illogica che si nasconde dietro l’uso comune della parola handicap, divenuta per antonomasia giudizio di quasi umanità. Questo è anche il malinteso di fondo che sottende il pregiudizio sull’handicap per colpa del quale il termine handicappati viene utilizzato nel linguaggio comune per individuare l’insieme di coloro che, in quanto affetti da qualche deficit o malformazione, sono ritenuti “diversi”: al di qua dell’handicap si pone il normale, al di là il “diverso”. Sono infatti pregiudizi e stereotipi che determinano la separazione tra normali e diversi. Credo sia lecito chiedersi quale tipo di programma, memoria e apprendimento determini la percezione del “diverso”; specialmente di colui che è percepito diverso per eccellenza ovvero, l’handicappato. Il pregiudizio sull’handicap fa riferimento ad un sistema simbolico definibile come cultura dello scarto e funziona come anestetico della coscienza rispetto al proprio limite costitutivo: la necessità ontologica di superarsi e dialogare creativamente con l’altro. La natura, a volte, è causa di sofferenza e disperazione. Ma molto di più l’uomo quando al dolore sovrappone dolore, alla sofferenza ulteriore sofferenza e al limite altro limite. Eppure, lo stesso, ha il potere di lenire il dolore, calmare la sofferenza e ridurre il limite. Ma per far questo bisogna riuscire a vedere al di là dell’handicap l’uomo, il limite di ogni uomo: abile o disabile che sia. Non riuscire a vedere tutto questo non è un difetto di natura bensì il prodotto di una distorsione, per lo più da imputare all’educazione. Il libro può essere utile a tutti quelli che vivono e lavorano a contatto con l’handicap ma anche per tutti coloro che, per diversi motivi, vogliono conoscere più approfonditamente i problemi della disabilità: studenti, insegnanti, educatori, pubblici amministratori.
Handicap e Pregiudizio
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