Sempre più le nuove generazioni si stanno allontanando la comunità cristiana e le forme tradizionali della pratica religiosa: nel 2013 i giovani italiani che si dichiaravano cattolici erano il 56,2%; nel 2023 il 32,7%; quelli che si dichiarano atei sono passati dal 15% al 31%. Dalle recenti ricerche promosse dall’Istituto Toniolo emerge che ai giovani si è insegnato a “recitare preghiere”, ma non a “pregare”; non si è colta l’esigenza di un’esperienza interiore per connettersi al Mistero. Concluso il percorso formativo dell’iniziazione cristiana - con la Cresima, diventata il sacramento del “ciao ciao alla Chiesa” - , prendono le distanze dall’esperienza religiosa, che per loro risulta fatta di riti, obblighi e divieti. Ciò che hanno acquisito a catechismo, per lo più ridotto all’aspetto conoscitivo di verità puramente intellettuali, quasi non è in grado di entrare in relazione con le domande della vita di oggi. Così, a partire dall’adolescenza, molti rifiutano la Chiesa, le sue scelte soprattutto in campo morale. Ma aver abbandonato la Chiesa non significa rinunciare a una personale ricerca spirituale. Avvertono in maniera forte un’inquietudine, un interesse, una domanda di autenticità che non si accontenta di risposte facili, scontate, a basso prezzo. Cercano nella propria interiorità un Dio vicino, da incontrare. Si tratta di una fede fortemente caratterizzata sul piano individuale, solitaria, senza comunità; una fede che non conosce la ricchezza e la fatica del confronto con altri e il valore di un cammino comunitario, con tutti i rischi di un cristianesimo “fai da te”, di un “Dio a modo mio”, di un modo del credere deciso soggettivamente. Arrivano a Dio per lo più per un’esplorazione personale che si compie dentro il proprio mondo interiore. A tale metamorfosi del credere, non esente dal rischio del narcisismo, non possono sottrarsi gli educatori.
Indagini su giovani in ricerca
Dal Toso
2025-01-01
Abstract
Sempre più le nuove generazioni si stanno allontanando la comunità cristiana e le forme tradizionali della pratica religiosa: nel 2013 i giovani italiani che si dichiaravano cattolici erano il 56,2%; nel 2023 il 32,7%; quelli che si dichiarano atei sono passati dal 15% al 31%. Dalle recenti ricerche promosse dall’Istituto Toniolo emerge che ai giovani si è insegnato a “recitare preghiere”, ma non a “pregare”; non si è colta l’esigenza di un’esperienza interiore per connettersi al Mistero. Concluso il percorso formativo dell’iniziazione cristiana - con la Cresima, diventata il sacramento del “ciao ciao alla Chiesa” - , prendono le distanze dall’esperienza religiosa, che per loro risulta fatta di riti, obblighi e divieti. Ciò che hanno acquisito a catechismo, per lo più ridotto all’aspetto conoscitivo di verità puramente intellettuali, quasi non è in grado di entrare in relazione con le domande della vita di oggi. Così, a partire dall’adolescenza, molti rifiutano la Chiesa, le sue scelte soprattutto in campo morale. Ma aver abbandonato la Chiesa non significa rinunciare a una personale ricerca spirituale. Avvertono in maniera forte un’inquietudine, un interesse, una domanda di autenticità che non si accontenta di risposte facili, scontate, a basso prezzo. Cercano nella propria interiorità un Dio vicino, da incontrare. Si tratta di una fede fortemente caratterizzata sul piano individuale, solitaria, senza comunità; una fede che non conosce la ricchezza e la fatica del confronto con altri e il valore di un cammino comunitario, con tutti i rischi di un cristianesimo “fai da te”, di un “Dio a modo mio”, di un modo del credere deciso soggettivamente. Arrivano a Dio per lo più per un’esplorazione personale che si compie dentro il proprio mondo interiore. A tale metamorfosi del credere, non esente dal rischio del narcisismo, non possono sottrarsi gli educatori.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



