In questo contributo ho dimostrato che il problema del male come “ignoranza” acquista uno spessore completamente differente se ci si riferisce direttamente al termine greco utilizzato da Platone: amathìa. Questa non è àgnoia, cioè una semplice “mancanza epistemologica”, come potrebbe essere la mancanza d’informazioni, ma è uno squilibrio che determina una grave forma di illusione. Se il male deriva dalla amathìa, allora non è soltanto ignoranza (àgnoia) del bene. Nella amathìa alla semplice àgnoia si aggiunge infatti la falsa presunzione di sapere: i prigionieri sono convinti che le ombre, che vedono riflesse sulla parete della caverna, siano tutto quel che c’è da conoscere, il che li porta a non voler conoscere nient’altro e a scambiare il proprio non sapere per il sapere (amathìa). Il male ha pertanto origine in una forma particolare di àgnoia, l’amathìa, che porta a confondere le ombre dentro la caverna (la dòxa che corrisponde al nostro habitus mentale, cioè al nostro orizzonte autoreferenziale) con le idee che sono fuori dalla caverna. Nelle Leggi viene fatto un importante passo ulteriore in quanto Platone riconduce la stessa illusione della amathìa a un’illusione ontologica più originaria: l’illusione dell’eccessivo amor di sé. Questo agisce come una bolla che ci avvolge e che deforma strutturalmente il nostro rapporto con la realtà. Come nella Repubblica i prigionieri scambiano le ombre per verità e dunque credono di sapere, mentre in realtà non sanno (amathìa), così nelle Leggi le persone che amano eccessivamente sé stesse scambiano l’amore di sé con l’amore per la verità, il che impedisce loro di conoscere in modo esatto il giusto, il bene e il male (Lg. V, 731e-732a). Entrambi sono vittime di un’illusione. Tuttavia mentre nella Repubblica si tratta di una illusione in ambito conoscitivo, nelle Leggi tale processo viene percorso fino all’origine ultima: un eccessivo amor di sé che si radica a livello affettivo e assiologico riguardando l’ordine del sentire. Il concetto di “eccessivo” amore di sé muta radicalmente la stessa visione del male: non si tratta più di una semplice mancanza, ma di un eccesso reso possibile dalla particolare condizione antropologica dell’umano come “àplestos”. L’essere “àplestos” pone l’umano di fronte a un bivio: 1) Da un lato apre la strada al peggiore di tutti i mali: l’eccessivo amor di sé, che ha luogo quando non solo la parte concupiscente, ma anche quella razionale diventa àplestos. Si tratta di una follia che impedisce a chi ne è afflitto di vedere che la ragione con cui cerca di riempire l’otre forato si è ridotta a un misero setaccio impotente; 2) Da un altro lato apre la strada all’eccedenza tipica di un umano che, riconosciuti i limiti della ragione nei confronti della propria concupiscenza, sostituisce l’equilibrio omeostatico che domina il mondo dell’animale non umano con una filosofia intesa come pratica di cura (care). Nei termini dell’antropologia filosofica del Novecento, il male non è più solo una mancanza, ma una possibilità implicita in un essere che si scopre ex-centrico, in quanto non è più autoregolato dall’istinto. L’eccessivo amore di sé è all’origine di tutti i mali non in quanto principio malvagio, ma in quanto rappresenta una grave patologia dell’ordo amoris, cioè del principium individuationis dell’umano.

ALL’ORIGINE DEL MALE. AMATHÌA ED ECCESSIVA PHILAUTÌA IN UN PASSO DELLE LEGGI DI PLATONE

guido cusinato
2021

Abstract

In questo contributo ho dimostrato che il problema del male come “ignoranza” acquista uno spessore completamente differente se ci si riferisce direttamente al termine greco utilizzato da Platone: amathìa. Questa non è àgnoia, cioè una semplice “mancanza epistemologica”, come potrebbe essere la mancanza d’informazioni, ma è uno squilibrio che determina una grave forma di illusione. Se il male deriva dalla amathìa, allora non è soltanto ignoranza (àgnoia) del bene. Nella amathìa alla semplice àgnoia si aggiunge infatti la falsa presunzione di sapere: i prigionieri sono convinti che le ombre, che vedono riflesse sulla parete della caverna, siano tutto quel che c’è da conoscere, il che li porta a non voler conoscere nient’altro e a scambiare il proprio non sapere per il sapere (amathìa). Il male ha pertanto origine in una forma particolare di àgnoia, l’amathìa, che porta a confondere le ombre dentro la caverna (la dòxa che corrisponde al nostro habitus mentale, cioè al nostro orizzonte autoreferenziale) con le idee che sono fuori dalla caverna. Nelle Leggi viene fatto un importante passo ulteriore in quanto Platone riconduce la stessa illusione della amathìa a un’illusione ontologica più originaria: l’illusione dell’eccessivo amor di sé. Questo agisce come una bolla che ci avvolge e che deforma strutturalmente il nostro rapporto con la realtà. Come nella Repubblica i prigionieri scambiano le ombre per verità e dunque credono di sapere, mentre in realtà non sanno (amathìa), così nelle Leggi le persone che amano eccessivamente sé stesse scambiano l’amore di sé con l’amore per la verità, il che impedisce loro di conoscere in modo esatto il giusto, il bene e il male (Lg. V, 731e-732a). Entrambi sono vittime di un’illusione. Tuttavia mentre nella Repubblica si tratta di una illusione in ambito conoscitivo, nelle Leggi tale processo viene percorso fino all’origine ultima: un eccessivo amor di sé che si radica a livello affettivo e assiologico riguardando l’ordine del sentire. Il concetto di “eccessivo” amore di sé muta radicalmente la stessa visione del male: non si tratta più di una semplice mancanza, ma di un eccesso reso possibile dalla particolare condizione antropologica dell’umano come “àplestos”. L’essere “àplestos” pone l’umano di fronte a un bivio: 1) Da un lato apre la strada al peggiore di tutti i mali: l’eccessivo amor di sé, che ha luogo quando non solo la parte concupiscente, ma anche quella razionale diventa àplestos. Si tratta di una follia che impedisce a chi ne è afflitto di vedere che la ragione con cui cerca di riempire l’otre forato si è ridotta a un misero setaccio impotente; 2) Da un altro lato apre la strada all’eccedenza tipica di un umano che, riconosciuti i limiti della ragione nei confronti della propria concupiscenza, sostituisce l’equilibrio omeostatico che domina il mondo dell’animale non umano con una filosofia intesa come pratica di cura (care). Nei termini dell’antropologia filosofica del Novecento, il male non è più solo una mancanza, ma una possibilità implicita in un essere che si scopre ex-centrico, in quanto non è più autoregolato dall’istinto. L’eccessivo amore di sé è all’origine di tutti i mali non in quanto principio malvagio, ma in quanto rappresenta una grave patologia dell’ordo amoris, cioè del principium individuationis dell’umano.
979-1280662033
amathia, Platone, male,
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11562/1057817
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