Una volta terminata vittoriosamente la guerra mondiale, al Regno d’Italia toccava ricostruire sulle macerie il proprio futuro di nazione forse per la prima volta riunita nel sangue oltre che da un’espressione geografica che si voleva astratta e incompiuta. Gli italiani – ben prima della nascita della televisione – li hanno fatti le guerre, è un dato che oggi possiamo dare per acquisito, non a caso per la prima volta si ritrovano a combattere su vette remote milioni di persone che si riconoscono in uno stesso insieme per mezzo di una divisa e di un elmetto, anche se mutuato da quello francese1. L’Italia in grigioverde, suo malgrado, si incontra nuovamente sul fronte antico, a Nord-Est della Penisola, faccia a faccia con il nemico di sempre: l’austriaco. Come in certi thriller, l’avversario in questo percorso sarà solo evocato, ormai il suo ruolo è lontano, è un nemico sconfitto e umiliato, così come ci racconta la retorica dell’epoca, nonostante avesse a disposizione “uno dei più potenti eserciti del mondo”2. Sono invece presenti le tragiche conseguenze della guerra, simboleggiate in un cadavere anonimo che rappresenta tutti i morti causati dal primo conflitto mondiale. Varchiamo la soglia di un rito religioso, nazionale e militare, che è richiamato sia dalle parole d’ordine dello Stato Maggiore, sia dal sentire comune popolare, e abbisogna, sulla scia della tradizione cristiana più antica, ma non solo, di reliquie e di reliquiari. Ovvero gli ossari3. Anche se non sorgono nell’immediato Dopoguerra, i sacrari militari sostituiscono la miriade di cimiteri sparsi lungo il fronte che in pochi anni già mostrano il volto più spiacevole, ricordando sempre più un coacervo di rottami, rovine e la desolazione di un paesaggio sconvolto, la cosa più lontana da un luogo di raccoglimento solenne e dignitoso. Un possibile modello è rappresentato dal monumento che sopra ogni altro, per luogo e simbologie, riunisce gli ideali risorgimentali e nazionali italiani, ovvero il monumento a Vittorio Emanuele II, che dal 1921 nel proprio ventre accoglierà le spoglie mortali del Milite Ignoto caduto durante la Grande Guerra, divenendo a tutti gli effetti l’Altare della Patria. Quei resti rappresentano tutti gli italiani immolatisi e divengono il cuore della religione della patria, oltre che il teatro della ritualità cultuale civile. Il Vittoriano è il monumento che ha attraversato con alterne fortune le diverse fasi politiche e storiche della nostra nazione divenendo il testimone delle grandi manifestazioni pubbliche a partire dal 1911, data dell’inaugurazione, e di seguito durante la guerra mondiale, il fascismo e i momenti più difficili del secondo Dopoguerra. La grande gradinata bianca che risale il Campidoglio pare dunque riverberare nei diversi sacrari altrettanto bianchi che dagli anni Trenta sorgono lungo l’ex fronte della guerra, in modo particolare nel monumento più grande e con il quale il Vittoriano, in alcuni momenti della storia nazionale, pare ristabilire un legame drammatico e altamente simbolico, ovvero il sacrario di Redipuglia.

Tra lastre di marmo e d’argento: documentare gli ossari. Dal Carso al Vittoriano e ritorno (1921-1954)

Lotti Denis
2019

Abstract

Una volta terminata vittoriosamente la guerra mondiale, al Regno d’Italia toccava ricostruire sulle macerie il proprio futuro di nazione forse per la prima volta riunita nel sangue oltre che da un’espressione geografica che si voleva astratta e incompiuta. Gli italiani – ben prima della nascita della televisione – li hanno fatti le guerre, è un dato che oggi possiamo dare per acquisito, non a caso per la prima volta si ritrovano a combattere su vette remote milioni di persone che si riconoscono in uno stesso insieme per mezzo di una divisa e di un elmetto, anche se mutuato da quello francese1. L’Italia in grigioverde, suo malgrado, si incontra nuovamente sul fronte antico, a Nord-Est della Penisola, faccia a faccia con il nemico di sempre: l’austriaco. Come in certi thriller, l’avversario in questo percorso sarà solo evocato, ormai il suo ruolo è lontano, è un nemico sconfitto e umiliato, così come ci racconta la retorica dell’epoca, nonostante avesse a disposizione “uno dei più potenti eserciti del mondo”2. Sono invece presenti le tragiche conseguenze della guerra, simboleggiate in un cadavere anonimo che rappresenta tutti i morti causati dal primo conflitto mondiale. Varchiamo la soglia di un rito religioso, nazionale e militare, che è richiamato sia dalle parole d’ordine dello Stato Maggiore, sia dal sentire comune popolare, e abbisogna, sulla scia della tradizione cristiana più antica, ma non solo, di reliquie e di reliquiari. Ovvero gli ossari3. Anche se non sorgono nell’immediato Dopoguerra, i sacrari militari sostituiscono la miriade di cimiteri sparsi lungo il fronte che in pochi anni già mostrano il volto più spiacevole, ricordando sempre più un coacervo di rottami, rovine e la desolazione di un paesaggio sconvolto, la cosa più lontana da un luogo di raccoglimento solenne e dignitoso. Un possibile modello è rappresentato dal monumento che sopra ogni altro, per luogo e simbologie, riunisce gli ideali risorgimentali e nazionali italiani, ovvero il monumento a Vittorio Emanuele II, che dal 1921 nel proprio ventre accoglierà le spoglie mortali del Milite Ignoto caduto durante la Grande Guerra, divenendo a tutti gli effetti l’Altare della Patria. Quei resti rappresentano tutti gli italiani immolatisi e divengono il cuore della religione della patria, oltre che il teatro della ritualità cultuale civile. Il Vittoriano è il monumento che ha attraversato con alterne fortune le diverse fasi politiche e storiche della nostra nazione divenendo il testimone delle grandi manifestazioni pubbliche a partire dal 1911, data dell’inaugurazione, e di seguito durante la guerra mondiale, il fascismo e i momenti più difficili del secondo Dopoguerra. La grande gradinata bianca che risale il Campidoglio pare dunque riverberare nei diversi sacrari altrettanto bianchi che dagli anni Trenta sorgono lungo l’ex fronte della guerra, in modo particolare nel monumento più grande e con il quale il Vittoriano, in alcuni momenti della storia nazionale, pare ristabilire un legame drammatico e altamente simbolico, ovvero il sacrario di Redipuglia.
978-88-6060-815-4
Cinema e Grande Guerra
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11562/1057506
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