Al pari di altri ambiti della scienza giuridica, anche il diritto comparato ha una certa ambizione scientifica: dare ordine all’esistente, attraverso la creazione di categorie in grado di restituire somiglianze e differenze tra gli oggetti sottoposti ad osservazione. Classificare istituti, famiglie giuridiche e organizzare modelli e sistemi, serve per una finalità didattico-esplicativa, ossia per consentire una migliore comprensione delle possibili relazioni tra ciò che viene raffrontato e comparato. Tale operazione, però, necessita di alcune valutazioni preliminari, le quali muovono dall’identificazione di ciò che è ritenuto essenziale (diremo, determinante) al fine di posizionare un oggetto in un determinato insieme. Quel che occorre evitare è l’errore concettuale di considerare l’attività classificatoria come immutabile. In primo luogo, perché le stesse categorie tassonomiche possono cambiare nel corso del tempo. In secondo luogo, perché la classificazione, talvolta, sembra riflettere il ‘dover essere giuridico’, perdendo di vista il concreto atteggiarsi del particolare oggetto d’indagine. Una tendenza in tal senso sembra potersi ravvisare nella descrizione dei sistemi di giustizia costituzionale, e in particolare nella rappresentazione di quello che è assurto a modello esemplare di classificazione: il judicial review of legislation statunitense. Esso viene tradizionalmente identificato dalla dottrina come il modello esemplare per la classificazione dei sistemi di giustizia costituzionale a scrutinio diffuso, nei quali ogni giudice dell’ordinamento ha la competenza a pronunciarsi sulla (in)costituzionalità di un atto legislativo. Nella comparazione giuridica, tuttavia, ciò che può apparire ‘statico’ nella teoria – law in books – diviene spesso ‘dinamico’ nella pratica – law in action. È per questo che si rende concretamente possibile la ‘decostruzione’ della modellistica tradizionale. Posto che la mainstream narrative identifica nella diffusione del controllo l’elemento determinante per la classificazione del modello statunitense di giustizia costituzionale, può risultare utile interrogarsi in merito all’effettiva portata di tale conclusione. In altre parole, sembra opportuno indagare se la diffusione del controllo sia effettivamente quella «caratteristica astratta che marca il modo di praticare la giustizia costituzionale negli Stati Uniti d’America».

A Centralized Adjudicator in Constitutional Issues. Una lettura critica del modello statunitense di giustizia costituzionale

enrico andreoli
2020

Abstract

Al pari di altri ambiti della scienza giuridica, anche il diritto comparato ha una certa ambizione scientifica: dare ordine all’esistente, attraverso la creazione di categorie in grado di restituire somiglianze e differenze tra gli oggetti sottoposti ad osservazione. Classificare istituti, famiglie giuridiche e organizzare modelli e sistemi, serve per una finalità didattico-esplicativa, ossia per consentire una migliore comprensione delle possibili relazioni tra ciò che viene raffrontato e comparato. Tale operazione, però, necessita di alcune valutazioni preliminari, le quali muovono dall’identificazione di ciò che è ritenuto essenziale (diremo, determinante) al fine di posizionare un oggetto in un determinato insieme. Quel che occorre evitare è l’errore concettuale di considerare l’attività classificatoria come immutabile. In primo luogo, perché le stesse categorie tassonomiche possono cambiare nel corso del tempo. In secondo luogo, perché la classificazione, talvolta, sembra riflettere il ‘dover essere giuridico’, perdendo di vista il concreto atteggiarsi del particolare oggetto d’indagine. Una tendenza in tal senso sembra potersi ravvisare nella descrizione dei sistemi di giustizia costituzionale, e in particolare nella rappresentazione di quello che è assurto a modello esemplare di classificazione: il judicial review of legislation statunitense. Esso viene tradizionalmente identificato dalla dottrina come il modello esemplare per la classificazione dei sistemi di giustizia costituzionale a scrutinio diffuso, nei quali ogni giudice dell’ordinamento ha la competenza a pronunciarsi sulla (in)costituzionalità di un atto legislativo. Nella comparazione giuridica, tuttavia, ciò che può apparire ‘statico’ nella teoria – law in books – diviene spesso ‘dinamico’ nella pratica – law in action. È per questo che si rende concretamente possibile la ‘decostruzione’ della modellistica tradizionale. Posto che la mainstream narrative identifica nella diffusione del controllo l’elemento determinante per la classificazione del modello statunitense di giustizia costituzionale, può risultare utile interrogarsi in merito all’effettiva portata di tale conclusione. In altre parole, sembra opportuno indagare se la diffusione del controllo sia effettivamente quella «caratteristica astratta che marca il modo di praticare la giustizia costituzionale negli Stati Uniti d’America».
Giustizia costituzionale, Stati Uniti d'America, Federalismo, Corti costituzionali, Metodologia, Diritto Comparato, Modellistica
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11562/1016766
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