La ricerca è dedicata alle tombe dei nove dogi di Venezia che ressero la Repubblica dal 1355 al 1413, con particolare riferimento agli scultori che le realizzarono. Le date sono state scelte a proposito: delimitano, innanzitutto, un periodo che si apre con la morte di Marino Falier e di Filippo Calendario, l'architetto di Palazzo Ducale, condannati a seguito della celebre congiura ordita contro lo Stato. A questo avvenimento chiave per la storia della Serenissima sono legate due circostanze importanti nella valutazione dei monumenti ducali considerati. Come ha ben illustrato Debra Pincus, nella sua monografia del 2000, i dogi, da quel momento, infatti, non avrebbero più ricevuto sepoltura nella basilica di San Marco, forse anche per un divieto imposto dal Maggior Consiglio: le loro tombe si trovano, o si trovavano, nelle chiese cittadine degli ordini mendicanti, i Santi Giovanni e Paolo, Santa Maria dei Frari e Santo Stefano, e in quelle che erano le parrocchie di riferimento del casato di appartenenza, la Celestia e Santa Marina. In secondo luogo, al 1355 va fatta risalire, come hanno chiarito Wolfgang Wolters (1976) e Guido Tigler (1999), la conclusione dei lavori per la decorazione scultorea delle due facciate di Palazzo Ducale, avviati negli anni quaranta del Trecento, che coincise con la violenta uscita dalla scena artistica veneziana di Filippo Calendario. Il 1413, invece, corrisponde alla fine del governo di Michele Steno il cui complesso funebre, nella tipologia, si rivela ancora legato a soluzioni diffuse nel secolo precedente, a differenza del sepolcro del successore Tommaso Mocenigo († 1423), di gusto rinascimentale. Lo studio di ciascun monumento, a cui è riservato un capitolo monografico, è stato orientato in maniera da mettere a fuoco le maestranze veneziane che ricevettero l'incarico di erigerli: per la loro valutazione stilistica, si è ritenuto, però, necessario anteporre alla questione attributiva la considerazione di altre problematiche. Ogni saggio inizia con un breve ritratto della vita del doge che introduce all'analisi del suo testamento - quando pervenuto - e che approfondisce il suo contesto familiare: in questo modo, infatti, è possibile chiarire la scelta del luogo per la sepoltura, chi furono i committenti delle tombe e avere delle date di riferimento per la loro cronologia. Ampio spazio si è dato, inoltre, alle manomissioni e alle traslazioni subìte, nel corso dei secoli, dai sepolcri: dalla ricerca emerge che tutti, con interventi più o meno invasivi, sono stati rimaneggiati, anche in tempi precoci. Questo lavoro permette di giudicarne correttamente l'attuale aspetto, di ipotizzarne la collocazione e forma originarie - quando non rispecchiano l'odierne - ma anche di contestualizzarli all'interno della facies funeraria medievale che caratterizzava l'edificio nel quale erano stati eretti e, per le perdute arche di Giovanni Gradenigo e di Lorenzo Celsi, di comprendere le circostanze che ne hanno causato la dispersione. Riguardo agli scultori coinvolti si conoscono i nomi di Nino Pisano, che realizzò le cinque statue del monumento di Marco Corner, su una delle quali rimane la sua firma, e di Andrea da San Felice, il lapicida di Venezia documentato autore di quelli di Giovanni Dolfin († 1361) e di Lorenzo Celsi († 1365). Anche per gli altri monumenti furono coinvolte maestranze lagunari che è possibile inserire, coerentemente, nella vasta produzione scultorea veneziana del Trecento e dell'inizio del secolo seguente che ha conosciuto, dopo Wolters, un moltiplicarsi di studi da parte, in particolare, di Laura Cavazzini, Wladimiro Dorigo, Aldo Galli, Renzo Grandi, Alberto Rizzi, Anna Maria Spiazzi e Guido Tigler. I protagonisti del contesto artistico veneziano, coevo alle tombe esaminate, furono Andriolo de' Santi (1342-1375), a cui si propone di riferire la tomba di Giovanni Gradenigo († 1356) e il progetto di quella di Marco Corner († 1368) e che si suggerisce di riconoscere come maestro di Andrea da San Felice, e i fratelli Pierpaolo e Jacobello Dalle Masegne (1383-1403/1409) che dovettero realizzare, all'inizio del XV secolo, il monumento funebre di Antonio Venier. I sepolcri di Andrea Contarini e di Michele Morosini, eretti attorno al 1382, si devono, invece, a scultori che appartengono alla generazione di lapicidi successiva all'ampia decorazione di Palazzo Ducale (1340-1355), mentre quello di Michele Steno ad un maestro contemporaneo a Filippo di Domenico.

The research regards the graves of the nine Doges of Venice who ruled the Republic from 1355 to 1413, with particular reference to the sculptors who realized them. The dates were chosen with the aim to define a period that opens with the death of Marino Falier and the architect of the Palazzo Ducale Filippo Calendario, both condemned after the famous conspiracy carried out against the State. This key event of the history of the Serenissima Republic, is hence connect with two important issues related with the analysis of the Ducal monuments taken into consideration. First of all since that moment on, as Debra Pincus well demonstrated in his monograph published in 2000, the doges were no longer buried in the Basilica of San Marco due probably to a ban imposed by the Great Council. Their graves are or were located in the city churches of the mendicant orders: at Saints John and Paul, Santa Maria dei Frari and St. Stephen; and in those parish churches connected with the relative House as Celestia and Santa Marina. Secondly as Wolfgang Wolters (1976) and Guido Tigler (1999) clarified, the completion of the sculptural decoration of the two sides of Palazzo Ducale, that begun during the Forties of the Fourteen century, can be traced back to 1355 and coincided with the violent passing of Filippo Calendario and his subsequent disappearing from the art scene of Venice. Nevertheless in 1413 at the end of the government of Michele Steno, the typology of his funerary complex, differently from the tomb of his successor Tommaso Mocenico (died in 1423) decorated in Renaissance style, still shows popular solutions linked to the previous century. The study of each monument was developed through a monograph chapter oriented to focus on the Venetian masters who where in charge of the construction, while for the stylistic analysis it was decided to put the attribution issue before any other matter. Each essay begins with a brief portrait of the Doge's life introducing, if documented, the analysis of his last will, and examining his family background: thanks to this was hence possible to explain the choice of the location for the burial and to understand who commissioned the graves and therefore set the reference dates for their history. The violations and removals carried out over the centuries on the tombs, were widely examined and the research shows that more or less invasive interventions, were done on all of them just in early times. This work allowed to judge precisely the current status of the monuments and to hypothesize both the original location and the shape, when they were different from the present situation, to actualize them into the medieval funerary facies characterizing the building in which they were built and finally, in the specific case of the lost arks of Giovanni Grandenigo and Lorenzo Celsi, to understand the conditions that caused their dispersion. With regards to the identity of the sculptors we know the names only of Nicola Pisano, who created the five statues of the monument of Marco Correr upon one of which he left his signature, and Andrea da San Felice, the stone-cutter from Venice just documented as the author of the tombs of Giovanni Dolfin (died 1361) and Lorenzo Celsi (died 1365). Even for the other monuments were involved those masters from Venice that can coherently be included into the wide panorama of the Venetian sculpture production between the Three Hundred and the beginning of the following century and that were object, after Wolters, of an increasing number of researches carried out in particular by Laura Cavazzini, Wladimiro Dorigo, Aldo Gali, Renzo Grandi, Alberto Rizzi, Anna Maria Spiazzi and Guido Tigler. The protagonists of the Venetian artistic context contemporary with the tombs examined, were Andriolo de' Santi (1342-1375), to which we propose the attribution of the tomb of Giovanni Gradenigo (died in 1356), the project for the Marco Corner's (died in 1368) one, and we suggest him to had been the master of Andrea da San Felice, and the brothers Pierpaolo and Jacobello Dalle Masegne (1383-1403/1409) who were supposed to have carried out tomb of Antonio Venier at the beginning of the fifteenth century. The tombs of Andrea Contarini and Michele Morosini, built around 1382, should be referred to sculptors belonging to the next generation of stone-cutters following the wide decoration of the Palazzo Ducale (1340-1355), while the tomb of Michele Steno should be attributed to a master contemporary with Filippo di Domenico.

Le sepolture dei dogi nel contesto della scultura veneziana. Da Marino Falier a Michele Steno (1355 - 1413)

D'AMBROSIO, Silvia
2013-01-01

Abstract

The research regards the graves of the nine Doges of Venice who ruled the Republic from 1355 to 1413, with particular reference to the sculptors who realized them. The dates were chosen with the aim to define a period that opens with the death of Marino Falier and the architect of the Palazzo Ducale Filippo Calendario, both condemned after the famous conspiracy carried out against the State. This key event of the history of the Serenissima Republic, is hence connect with two important issues related with the analysis of the Ducal monuments taken into consideration. First of all since that moment on, as Debra Pincus well demonstrated in his monograph published in 2000, the doges were no longer buried in the Basilica of San Marco due probably to a ban imposed by the Great Council. Their graves are or were located in the city churches of the mendicant orders: at Saints John and Paul, Santa Maria dei Frari and St. Stephen; and in those parish churches connected with the relative House as Celestia and Santa Marina. Secondly as Wolfgang Wolters (1976) and Guido Tigler (1999) clarified, the completion of the sculptural decoration of the two sides of Palazzo Ducale, that begun during the Forties of the Fourteen century, can be traced back to 1355 and coincided with the violent passing of Filippo Calendario and his subsequent disappearing from the art scene of Venice. Nevertheless in 1413 at the end of the government of Michele Steno, the typology of his funerary complex, differently from the tomb of his successor Tommaso Mocenico (died in 1423) decorated in Renaissance style, still shows popular solutions linked to the previous century. The study of each monument was developed through a monograph chapter oriented to focus on the Venetian masters who where in charge of the construction, while for the stylistic analysis it was decided to put the attribution issue before any other matter. Each essay begins with a brief portrait of the Doge's life introducing, if documented, the analysis of his last will, and examining his family background: thanks to this was hence possible to explain the choice of the location for the burial and to understand who commissioned the graves and therefore set the reference dates for their history. The violations and removals carried out over the centuries on the tombs, were widely examined and the research shows that more or less invasive interventions, were done on all of them just in early times. This work allowed to judge precisely the current status of the monuments and to hypothesize both the original location and the shape, when they were different from the present situation, to actualize them into the medieval funerary facies characterizing the building in which they were built and finally, in the specific case of the lost arks of Giovanni Grandenigo and Lorenzo Celsi, to understand the conditions that caused their dispersion. With regards to the identity of the sculptors we know the names only of Nicola Pisano, who created the five statues of the monument of Marco Correr upon one of which he left his signature, and Andrea da San Felice, the stone-cutter from Venice just documented as the author of the tombs of Giovanni Dolfin (died 1361) and Lorenzo Celsi (died 1365). Even for the other monuments were involved those masters from Venice that can coherently be included into the wide panorama of the Venetian sculpture production between the Three Hundred and the beginning of the following century and that were object, after Wolters, of an increasing number of researches carried out in particular by Laura Cavazzini, Wladimiro Dorigo, Aldo Gali, Renzo Grandi, Alberto Rizzi, Anna Maria Spiazzi and Guido Tigler. The protagonists of the Venetian artistic context contemporary with the tombs examined, were Andriolo de' Santi (1342-1375), to which we propose the attribution of the tomb of Giovanni Gradenigo (died in 1356), the project for the Marco Corner's (died in 1368) one, and we suggest him to had been the master of Andrea da San Felice, and the brothers Pierpaolo and Jacobello Dalle Masegne (1383-1403/1409) who were supposed to have carried out tomb of Antonio Venier at the beginning of the fifteenth century. The tombs of Andrea Contarini and Michele Morosini, built around 1382, should be referred to sculptors belonging to the next generation of stone-cutters following the wide decoration of the Palazzo Ducale (1340-1355), while the tomb of Michele Steno should be attributed to a master contemporary with Filippo di Domenico.
2013
Venezia; dogi; tombe; scultura; Andriolo de Santi; Dalle Masegne; Nino Pisano; Filippo di Domenico
La ricerca è dedicata alle tombe dei nove dogi di Venezia che ressero la Repubblica dal 1355 al 1413, con particolare riferimento agli scultori che le realizzarono. Le date sono state scelte a proposito: delimitano, innanzitutto, un periodo che si apre con la morte di Marino Falier e di Filippo Calendario, l'architetto di Palazzo Ducale, condannati a seguito della celebre congiura ordita contro lo Stato. A questo avvenimento chiave per la storia della Serenissima sono legate due circostanze importanti nella valutazione dei monumenti ducali considerati. Come ha ben illustrato Debra Pincus, nella sua monografia del 2000, i dogi, da quel momento, infatti, non avrebbero più ricevuto sepoltura nella basilica di San Marco, forse anche per un divieto imposto dal Maggior Consiglio: le loro tombe si trovano, o si trovavano, nelle chiese cittadine degli ordini mendicanti, i Santi Giovanni e Paolo, Santa Maria dei Frari e Santo Stefano, e in quelle che erano le parrocchie di riferimento del casato di appartenenza, la Celestia e Santa Marina. In secondo luogo, al 1355 va fatta risalire, come hanno chiarito Wolfgang Wolters (1976) e Guido Tigler (1999), la conclusione dei lavori per la decorazione scultorea delle due facciate di Palazzo Ducale, avviati negli anni quaranta del Trecento, che coincise con la violenta uscita dalla scena artistica veneziana di Filippo Calendario. Il 1413, invece, corrisponde alla fine del governo di Michele Steno il cui complesso funebre, nella tipologia, si rivela ancora legato a soluzioni diffuse nel secolo precedente, a differenza del sepolcro del successore Tommaso Mocenigo († 1423), di gusto rinascimentale. Lo studio di ciascun monumento, a cui è riservato un capitolo monografico, è stato orientato in maniera da mettere a fuoco le maestranze veneziane che ricevettero l'incarico di erigerli: per la loro valutazione stilistica, si è ritenuto, però, necessario anteporre alla questione attributiva la considerazione di altre problematiche. Ogni saggio inizia con un breve ritratto della vita del doge che introduce all'analisi del suo testamento - quando pervenuto - e che approfondisce il suo contesto familiare: in questo modo, infatti, è possibile chiarire la scelta del luogo per la sepoltura, chi furono i committenti delle tombe e avere delle date di riferimento per la loro cronologia. Ampio spazio si è dato, inoltre, alle manomissioni e alle traslazioni subìte, nel corso dei secoli, dai sepolcri: dalla ricerca emerge che tutti, con interventi più o meno invasivi, sono stati rimaneggiati, anche in tempi precoci. Questo lavoro permette di giudicarne correttamente l'attuale aspetto, di ipotizzarne la collocazione e forma originarie - quando non rispecchiano l'odierne - ma anche di contestualizzarli all'interno della facies funeraria medievale che caratterizzava l'edificio nel quale erano stati eretti e, per le perdute arche di Giovanni Gradenigo e di Lorenzo Celsi, di comprendere le circostanze che ne hanno causato la dispersione. Riguardo agli scultori coinvolti si conoscono i nomi di Nino Pisano, che realizzò le cinque statue del monumento di Marco Corner, su una delle quali rimane la sua firma, e di Andrea da San Felice, il lapicida di Venezia documentato autore di quelli di Giovanni Dolfin († 1361) e di Lorenzo Celsi († 1365). Anche per gli altri monumenti furono coinvolte maestranze lagunari che è possibile inserire, coerentemente, nella vasta produzione scultorea veneziana del Trecento e dell'inizio del secolo seguente che ha conosciuto, dopo Wolters, un moltiplicarsi di studi da parte, in particolare, di Laura Cavazzini, Wladimiro Dorigo, Aldo Galli, Renzo Grandi, Alberto Rizzi, Anna Maria Spiazzi e Guido Tigler. I protagonisti del contesto artistico veneziano, coevo alle tombe esaminate, furono Andriolo de' Santi (1342-1375), a cui si propone di riferire la tomba di Giovanni Gradenigo († 1356) e il progetto di quella di Marco Corner († 1368) e che si suggerisce di riconoscere come maestro di Andrea da San Felice, e i fratelli Pierpaolo e Jacobello Dalle Masegne (1383-1403/1409) che dovettero realizzare, all'inizio del XV secolo, il monumento funebre di Antonio Venier. I sepolcri di Andrea Contarini e di Michele Morosini, eretti attorno al 1382, si devono, invece, a scultori che appartengono alla generazione di lapicidi successiva all'ampia decorazione di Palazzo Ducale (1340-1355), mentre quello di Michele Steno ad un maestro contemporaneo a Filippo di Domenico.
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